Come potremmo vivere

Come potremmo vivere
Come potremmo vivere. Abbattendo la tirannia del profitto servita dal mero utilitarismo. Liberandosi del lavoro-per-il-guadagno, del darsi da fare a tutti i costi al di là di ogni considerazione su ciò che si fa. Come potremmo vivere lavorando in luoghi belli e stimolanti. Senza orari massacranti. Non ripetendo ogni giorno le stesse azioni. Non sacrificando ogni giorno qualcosa. Non trascurando piaceri fisici e intellettuali. Cosa ce lo impedisce? Avere le gambe impantanate nel magma della ‘guerra commerciale’. Il lavoro teso al profitto, il profitto teso a generare altro profitto. Capitani d’industria che guadagnano e lavoratori-strumento che fanno guadagnare. Chi lavora troppo e chi non fa nulla. Insieme,  (si) sprecano. Per un’idea vana di ‘ricchezza’ o adulterazione della stessa. Gambe nel fango commerciale e ombre di uomini. Nonostante l’uomo abbia sempre vissuto accanto all’arte e alla letteratura, potrebbe arrivare il momento (o è già qui) in cui queste si perdono, rendendo vitale la deflagrazione, e poi la rinascita (“l’effervescenza rivoluzionaria”, per Serge Latouche), con molto meno materiale e più speranza: l’uomo al centro, insieme alla Natura: piccole comunità riorganizzate, non più schiave, ma composte da uomini che sanno vivere da uomini…
Nel 1884 William Morris, esteta e poeta e artigiano, pronuncia due discorsi in favore di una società nuova, nella speranza che la sua utopia di socialismo possa un giorno realizzarla. Morris vuole una società che permetta agli uomini di scegliere il lavoro in base alle proprie inclinazioni. Un lavoro che si congiunga con il vasto tempo libero, vario, mai uguale a se stesso, svolto in spazi belli e liberi. Tutto ciò non è possibile in una società che vede il profitto, l’utile e il guadagno e il di più dietro ogni cosa. Non vive l’arte, non vive la bellezza. Solo la consuetudine alla mediocrità. Ora, come nel 1884, forse con un urgenza maggiore, andrebbe riletto Morris. È passato più di un secolo, ma il giogo è sempre quello (anche se con più crepe): la crescita a ogni costo; l’educazione ‘a far soldi’; il lavoro inteso positivamente tout court, senza considerarne gli effetti negativi; l’odierna diffusa mancanza di bellezza. Senza bellezza (“sentire la vita stessa come un piacere”), non c’è decrescita felice. Con Morris e altri ‘obiettori di crescita’, si può ri-tentare partendo da piccole comunità. Per cominciare: leggete Come potremmo vivere, (plaudendo Endemunde per averlo pubblicato, editore non nuovo a letture-riletture in un cortocircuito tra passato e presente – qui con la prefazione feconda di Serge Latouche). Leggetelo e parlatene.

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