Come prima delle madri

Come prima delle madri

Più o meno nell’estate del 1944 Pietro cammina lungo il greto del fiume riarso e crepato, seguendo il filo di acqua, verso una zona di grovigli di canne e sterpi alti quanto lui. Da lì non riesce più a vedere Nina né Irina, né Fosca, né Elide e neppure suo padre e Rino. Supera il roveto per raggiungere lo slargo del fiume dove suo padre gli aveva fatto scoprire alcune pietre fossili, perché oggi ne vuole prendere alcune. Arrivato allo spiazzo vede nel centro del torrente un uomo disteso, che dorme sotto il sole cocente. È quasi nudo, i piedi scalzi, i pantaloni sdruciti, le mosche gli ronzano intorno. Pietro si avvicina impaurito, gira intorno alla figura e scopre che la faccia è fracassata e nella poltiglia brilla un dente d’oro, mentre il sangue si è raggrumato sulle pietre fossili. Il cuore batte forte, rimbomba nelle orecchie, Pietro rimane immobile, lo sguardo fisso sul cadavere, poi cade in ginocchio e vomita più volte, fino alle lacrime. Non dice niente a nessuno e mette quel dente d’oro al sicuro nella scatola di latta dei suoi tesori. Una mattina Pietro si sveglia di soprassalto, è immerso in un buio sconosciuto, non sente arrivare le voci ovattate di sua madre e delle donne dalla cucina. Allunga la mano e non trova la tenda di velluto verde scuro. È un’altra stanza, non è la sua. C’è un altro letto accanto al suo e dentro un corpo che si muove…

Fin dalle prime pagine Come prima delle madri è crudo, duro e allo stesso tempo affascinante. La scrittura usata da Simona Vinci è raffinata e originale, ma soprattutto funzionale a una storia avvincente che si apre con un breve prologo e si divide in tre parti, di cui la prima ‒ giocata con due voci narranti diverse ‒ lascia il lettore disorientato. Ma alla fine tutto torna. Una fiaba crudele, sul genere di Barbablù, sospesa in un tempo e in un luogo senza una collocazione definita, che avrebbe potuto tranquillamente iniziare con un “C’era una volta, tanto tempo fa ...”, ma con qua e là disseminati indizi minimi che permettono di inserirla in un periodo storico ben preciso. Un noir mai banale e scontato, tanto brutale che l’autrice sceglie di far stare i personaggi in una sorta di bolla narrativa per mantenere il lettore a distanza di sicurezza, perché non può, non deve esserci un coinvolgimento emotivo con nessuna delle figure narrate, man mano che si conosce qualcosa di nuovo bisogna andare avanti. Il lettore impara presto come Pietro che “non deve farsi domande, che le domande non servono a niente, che ci sono solo le cose che si fanno”, che non si può più tornare indietro quando si scoprono le cose. Il titolo del romanzo è ripreso da Il mondo salvato dai ragazzini di Elsa Morante e in effetti Pietro, Nina e Irina sono ragazzini che cercano di salvare il loro mondo; perduta l’innocenza, scoperto il lato oscuro di chi amano, non possono fare altro che andare avanti, sopravvivere e diventare grandi. Incisiva storia di miserie umane, volutamente sgradevole e magistralmente raccontata, che non lascia incertezze: o si ama o si odia.



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER