Come salvarsi la vita

Come salvarsi la vita
Isadora Wing è tornata: più ricca, più famosa, più tormentata di prima. È lei l'altra faccia della luna, l'altra metà del pianeta che compone con la sua eroina da romanzo Candida, protagonista di un best-seller considerato spinto, ad un passo dalla pornografia. Che cosa manca, dunque, ad Isadora, per sentirsi realizzata come tutte le donne vorrebbero essere? Ha trentadue anni, e una terribile paura di invecchiare: ancora lontana dalla fatale boa degli “anta”, il successo ottenuto dai tre libri pubblicati e accolti con pruriginoso clamore la lascia fredda, avvizzita, alla stessa stregua di tristi avanzi abbandonati in frigorifero. Isadora sa chi è, cosa vuole essere: una scrittrice a tutti gli effetti, moderna Virginia o nuova Doris, che al pari di qualunque collega maschio non debba sentirsi in colpa per il proprio talento. Eppure, Isadora, ora che viene invitata, attesa, ricevuta, si dibatte affannosamente nella gabbia di un matrimonio prosciugato di senso e passione: il complice di questa rovina in forma di coppia è il marito Bennet, psichiatra in eterna psicanalisi, che della propria esistenza ha fatto una lunga seduta atta a sondare un'infelice infanzia da manuale. Come fare, quindi, per salvare e salvarsi la pelle? Non alla fama, né ad Hollywood, e neppure alle più svariate forme d'amore si può chiedere di diventare la panacea per ogni tipo d'infelicità: per Isadora, come per tutti noi, il cammino verso la liberazione, irto di ostacoli e strade senza uscita, sarà lastricata di errori e tentazioni. Fondamentale sarà tenere sempre bene a mente, nei momenti di desolato sconforto, che “la vita è piena di scuse per il dolore, di scuse per non vivere, scuse, scuse, sempre scuse”... 
“La vitalità, il calore umano, l'intelligenza, il coraggio di Come salvarsi la vita mi hanno colpito profondamente”. Sembrerebbe la classica, farlocca frase da quarta di copertina, creata ad uso e consumo di un pubblico distratto, poco attento: se ad averla detta, però, è Ingmar Bergman, c'è più d'un motivo per soffermarsi a riflettere. Che cosa avrà trovato il serioso regista svedese in fitte pagine dal sapore dichiaratamente femminista? Nelle quali abbondano baci, amplessi, linguaggio esplicito (ancora oggi, che lo scandalo cerca qualcosa di cui vergognarsi), dilemmi esistenziali solo in apparenza futili (lo amo? Chi posso amare? Chi mi amerà?), e una carrellata di personaggi che non si potrebbero confondere con altri, l'agente bislacca, la confidente amica delle piante, il giovane hippy, uno psichiatra amico di letto. È proprio e solo questo che in Come salvarsi la vita deve avere affascinato Bergman: l'irresistibile, colorato torrente di parole e divertita indulgenza che Erica Jong è riuscita a riversare in questo romanzo del 1977. Dopo Paura di volare, dove per la prima volta compariva l'alter ego dell'autrice, Isadora Wing, la Jong torna per riannodare le fila di un discorso interrotto, di timori ancora tenaci, di ansie non ancora sopite: torna per immedesimarsi sempre più nella figura fortunata e insoddisfatta della Wing, trasferendo su carta le vicissitudini di una scrittrice famosa eppure senza pace. Si sentono, occorre precisare, gli echi di una memorabile stagione che fu: tra le righe s'odono le voci dei cortei, s'intravedono gli striscioni, si colgono gli slogan libertari e liberatori. Ma la bravura di Erica Jong, qui come negli altri lavori, è la capacità di costruire narrativamente una spontaneità più sincera perfino di una presunta, ordinaria e reale esperienza: di dare sangue e calore ad Isadora rendendola fragile, forte, spiritosa, usando una lingua svelta che si annoda, cresce, sviluppandosi attorno e sulle sue vicende. Perché non c'è domanda più ovvia, semplice, eppure tremendamente complicata come quella che si pone Isadora: è possibile preservarsi, mettersi al riparo dalle proprie paure, lasciare a terra le zavorre dei rimpianti e spiccare finalmente il volo verso la parte più autentica di sé? Come salvarsi la vita non è un manuale di self help: non custodisce neppure regole di comportamento, indicazioni di massima su come guidare lungo la retta via, giorno dopo giorno, la complessa macchina della nostra personalità. Stiamo parlando di un romanzo, niente più, scritto con un talento intelligente di cui ci si innamora alla prima riga, e un'empatia travolgente che fa dimenticare distanze di tempo e luogo. Con questo libro, che rifugge dal pianto (per quanto si pianga molto) e invita a non aver orrore della felicità (chissà perché, poi, il dolore non spaventa mai nessuno) Erica Jong non ci salverà forse la vita, ma per un'ora o due ci farà ridere del nostro essere preda di un destino bislacco e distratto. 

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