Come scrivere un best seller in 57 giorni

Come scrivere un best seller in 57 giorni
Parigi. L’appartamento di Briac è il più bohemienne che possiate immaginare: in disordine, per il cui affitto ovviamente non si hanno i soldi e per di più infestato dagli scarafaggi. La solita storia, insomma. Se non fosse che John, Ringo, Paul e George, gli scarafaggi di cui sopra – e a dispetto dei nomi non quelli di Liverpool, proprio insetti, signore e signori - devono sopperire alle carenze del loro coinquilino bipede. Lavativo, inconcludente con aspirazioni letterarie la cui grandezza è pari solo alla sua pigrizia, i quattro sono  certi che l’ennesimo avviso di sfratto non sarà l’ultimo della serie e ben presto bisognerà  cedere la loro accogliente dimora, magari a qualcuno malato di ordine e di pulizia che li ucciderà senza pietà. L’unica opzione possibile è quella di studiare abitudini e  defaillance dell’ameba in questione e pedinare  quelle sue culturalissime amicizie che 'ce l’hanno fatta', per cercare di riuscire dove lui ha fallito: scrivere un romanzo di successo. Frequentare  caffè letterari, premiazioni e conferenze, nonché ritrovare il manifesto programmatico di Briac, sono tutti indizi che puntano in una sola direzione. Quella opposta a tutto ciò che i quattro beatle hanno visto-fatto-sentito durante le “indagini”. La soluzione dev’essere un’altra. Quella che  tiene incollata ai suoi libri la vicina di casa. E allora niente di più facile che entrarle in casa , rubarle l’indirizzo e-mail e intrattenere con lei, da novelli, telematici Cyrano, un’erudita conversazione circa le reali attrattive di un libro. Per scoprire che: lo stile forbito non conta, i personaggi devono essere vividi ma non particolareggiatissimi, il narratore dev’essere invisibile, e che l’ispirazione è una favola a cui sostituire un programmatico piano di battaglia, che i laboriosi insetti fissano in due sessioni da 25 giorni l’una, più una settimana di pausa. Il tempo necessario, insomma, per costruire un bestseller, uno di quei libri scritti “così male da sembrare già un film”. Dividendosi la tastiera e saltellandoci sopra, tra turbe ormonali e scoperta del vero amore, i quattro portano a compimento la loro missione, regalando a uno stupefatto Briac la chiave di una vita decisamente migliore...
“Se scrivi sul serio  madrigali sei un povero sfigato”, dice la Rossana cibernetica al simulacro di Cyrano, impersonato dai quattro scarafaggi. E la morale del libro è tutta qui. I manierismi sono fastidiosi e qui viene irrisa tanto quella letteratura piatta e priva di significato e sentimento da poter essere prodotta a tavolino persino dai più ributtanti tra gli insetti domestici che lo snobismo di chi spera di conquistare un pubblico sciorinando paroloni da azzeccagarbugli e rimirandosi nei propri scritti come Narciso. Eppure, qualche battuta estremamente “tranchant” dei quattro scarafaggi circa la facilità di composizione del romanzo, o qualche citazione letteraria ben amalgamata nella loro ironia e nel loro essere brillanti protagonisti della scena, sembra far pendere decisamente l’ago della bilancia verso il piacere di avere una letteratura meno usa e getta e più pensata, sentita, amata. È il solito vecchio dilemma, leggere tutto purchè si legga? Amare una storia solo per le emozioni che racconta o anche per come viene fatto? Il lettore, sebbene sembri orientare il mercato verso una soluzione diluita, rapida e indolore, è qui fondamentalmente scagionato dalle sue colpe. La vera lezione è probabilmente per chi scrive e sembra preferire la fama e i soldi o, colpa altrettanto grave, l’appartenenza a una casta, piuttosto che la passione e la spontaneità. Un invito, fresco e accorato, per aspiranti o avviati scrittori, a prendersi meno sul serio e usare oltre alle mani un po’ più di cuore.

 

 

 
 
 
 
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