Come tessere di un domino

Come tessere di un domino
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Gli antenati si raccontano sui ritratti appesi al muro o nei ricordi di famiglia. Non molto lontano dal centro di Riga, in uno di quei manieri che dall’esterno sembrano possedere un catalogo infinito di segreti, vive ‒ insieme a una baronessa ebrea tedesca decaduta e a suo nonno ‒ un ragazzino che cresce pieno di domande e di dubbi sulla vita. I suoi genitori hanno lasciato il Paese per seguire le loro velleità circensi e l’unica cosa che gli hanno trasmesso è una vaga conoscenza del mondo in cui si trovano; un mondo che si trova a un passo da una guerra disastrosa. A peggiorare la sensazione di incertezza ci si mette anche l’arrivo di una nave da cui scende suo fratello Janis, di cui non era consapevole. Quel ragazzino giapponese che porta lo stesso sangue materno deve imparare ad essere a tutti gli effetti lettone a Riga e la sua nuova famiglia lo aiuterà in questo difficile cammino di consolidamento culturale. Scoprirà che quel piccolo Paese ha una storia millenaria che spesso sembra più un racconto di favole. Come la vicenda di Waltraute von Brϋggen, nobildonna del 1700, che attende notizie del marito disperso. Non può credere che sia morto in barca per un incidente di cui si conoscono pochi dettagli e si rivolge a tutti per risolvere il mistero. In quegli anni gli abitanti della città di Jelgava potevano avere l’onore di conoscere il Conte di Cagliostro, che con i suoi poteri la mette in contatto con la realtà e le fa scoprire che “in parte” suo marito è ancora vivo. Quello che non si aspetta è che di suo marito la parte esistente è quella inferiore, il resto del corpo è sparito e non c’è stato nient’altro da fare che ricucirla al torso intatto dell’affascinante, ma dalle umili origini, Capitano Bartolomejs Ulste. Che la metà inferiore appartenga al marito è inconfutabile, ma come poter accettare un uomo che non ha, almeno parzialmente, sangue blu?

La Lettonia narrata da Zigmund Skujiņš ha radici profonde come il suo glorioso passato. È ancorata ai suoi nomi originari: è la Confederazione della Livonia o il Ducato di Curlandia, nomi che sembrano usciti da un libro di magia ma che, invece, erano presenti negli atlanti cartografici fino a qualche secolo fa. I due binari su cui il romanzo viaggia prendono strade diverse ma si ricongiungono di fronte all’amore che lo scrittore ha per il suo Paese. Da una parte abbiamo un ragazzino che narra che le vicende che gli capitano intorno e gli stravolgimenti che interesseranno tutta la regione balcanica, con le sue continue occupazioni, guerre di potere e riconoscimenti geografici. Dall’altra una storia permeata di realismo magico in una chiave a tratti “calviniana” che offre una pausa per poi condurre in un viaggio che di temporale ha ben poco, se si considera che la storia narrata non ha effettivamente tempo. Skujiņš si diverte a giocare con i pezzi di un gioco da tavola da ricomporre per avere la migliore visione di insieme, soprattutto per regalare una lezione bellissima sull’appartenenza ad un luogo. Se il cuore che pulsa all’interno di un uomo è lettone, i tratti somatici possono essere esotici, ma la sostanza, quella vera, in questo caso il cuore, non cambia. Il sangue rimarrà per sempre lettone. Le parole del nonno del giovane protagonista della prima storia, quella “contemporanea” aprono uno scenario che sembra quasi irrealizzabile al giorno d’oggi, fatto di separazioni e barriere disumane, e mettono in chiaro sull’importanza di non dimenticare mai le proprie fondamenta, perché anche se l’invasore straniero profanerà la tua terra, all’interno di te si trova tutto ciò che serve per ricostruirla. Un po’ come succede allo sfortunato marito di Waltraute, la Lettonia è oggi come un corpo ricucito dopo tante maldestre operazioni che qualcuno ha saputo custodire con grande rispetto.



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