Come un giovane uomo

Come un giovane uomo

Sono trascorsi più di vent’anni dall’ultima volta che Carlo ha visto scendere la neve sulla città di Roma, quella in cui è nato e ha trascorso la sua infanzia. E ora che la lunga attesa è stata premiata, nella sua mente si rianimano istantanee e sequenze di ricordi che nel corso del tempo si erano sedimentate. La nuova precipitazione nevosa sulla capitale gli restituisce l’immagine offuscata della mano ignota, di una delle diverse ragazze alla pari che si erano succedute nel prendersi cura di lui, o forse della nonna, che lo accompagnava al cospetto di tale scenario incantevole. Come da una rianimata fonte un flusso di nuovi ricordi della prima infanzia arricchisce di ulteriori particolari l’evocazione degli anni della prima infanzia: dalle avventure dei personaggi dei fumetti della Disney a quelli dei primi libri veri e propri, dalla vita in ambito famigliare ai rapporti con i compagni delle scuole elementari. Per poi restituire immagini sempre più recenti, ricche di sensazioni dal sapore meno sfocato ma più appesantito dalle problematiche legate allo sviluppo e alla crescita, al confronto con il mondo esterno e con le inevitabili ripercussioni su quello interno. Poi il flusso dei ricordi si arresta bruscamente. Sopraggiunge la notizia che la nevicata ha provocato un grave incidente stradale. Mascia, dopo aver abbandonato l’ufficio per rientrare a casa da Davide ammalato, si è trovata d’innanzi a un’auto bloccata per colpa della neve al centro della strada. La ragazza ha frenato, ma l’asfalto viscido l’ha fatta cadere, battere violentemente la testa e finire in coma. La caduta della neve ora richiama alla mente di Carlo uno sciame di ben diversi pensieri…

Come un giovane uomo è un bellissimo titolo che suggerisce attese che il lettore corre a verificare. In questo libro ‒ che segna il suo esordio letterario – Carlo Carabba ci regala un “romanzo non romanzo” perché la trama va a zig zag senza prendere una direzione definita come una fiaba nel bosco. Si tratta piuttosto di un lungo flusso di coscienza nel quale, attraverso la propria voce narrante, l’autore rievoca vicende legate alla propria vita ed il sapore di tutte quelle persone che hanno nutrito la sua anima. Il suo è un cammino a ritroso privo di scansione temporale, compiuto nel tumulto di molto luoghi e situazioni. Una risalita lungo li corso della sua giovane vita per indagare, in uno scomposto avvicendarsi di risucchiati da un passato mai sopito, temi fondamentali quali l’amicizia e l’amore, il distacco e la morte. La sua mente, invasa da strane memorie molecolari, insegue ricordi e riflessioni che restano appese al filo del tempo senza produrre un orizzonte d’attesa. Come un’anima dannata e vulnerabile, consapevole che qualcosa che sa di destino sia nascosto in qualche remoto ambito terreno, la sua non è tuttavia la fuga di chi lo teme, ma l’ansia di chi non sa resistere al rovello tortuoso di chi lo ricerca. Di chi vive in un angusto spazio di sofferenza in cui coabitano l’ineludibile e la ricerca, uno spazio di appartenenza e di esilio. Le pagine costituiscono un condensato riflessivo distillato in una prosa di intenso e concentrato lirismo di abbacinante piacevolezza per il lettore. Frustranti solo per le risposte che non ci sono, per il poco o nulla che l’autore stringe in mano al termine del libro, se non un bel punto interrogativo. Come se fosse il teschio di Amleto.



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