Come una macchina volante

Il 7 luglio 1949 a Penne, nel “pieno splendore di un dopoguerra abruzzese”, “su una collina che domina la valle e si allunga a terrazze sul mare, inchinandosi alle montagne che la guardano da occidente”, nasce il piccolo Domenico, figlio di un veterinario e di una insegnante appassionati di musica. A cinque anni incontra un nuovo, misterioso, affascinante compagno di giochi: un piano verticale Kock & Korselt del 1900 con i tasti di avorio, “un bellissimo austero pianoforte austriaco nero, lucido come uno specchio”. Lui e il fratello iniziano le lezioni di piano, per un breve periodo con una “amabile nonnina con i capelli bianchi”, ma ben presto con un’arcigna vecchietta coi capelli rossi, “noiosa e pelosa”, che però – nonostante la tortura del solfeggio – riesce a comunicare ai due bambini e soprattutto a Domenico la magia della musica. Nel 1963 questa magia trova una nuova, decisiva incarnazione: poco più che quattordicenne, al secondo anno di liceo scientifico, a Domenico (che ormai tutti chiamano Mimmo) capita come compagno di banco Sergio, “un ragazzo davvero particolare, estroverso e imprevedibile, genialoide e pieno di interessi” che ha una vera e propria mania per una band inglese che Mimmo non ha mai nemmeno sentito nominare, tali “Bitles”, che a sentire lui fanno “una musica cosmica, mai ascoltata prima, una bomba atomica che sarebbe esplosa nei ventricoli del cuore di ogni essere vivente”. Quando Mimmo ascolta per la prima volta Please Please Me è una vera folgorazione…

Il memoir di Mimmo Locasciulli, cantautore forse non tra i più celebri ma di sicuro tra i più raffinati del panorama musicale italiano, racconta il percorso che l’ha portato ad avere “intorno ai trent’anni” dall’infanzia in Abruzzo fino alla Roma del giugno 1975, quando Locasciulli fu assunto nel reparto di Chirurgia dell’Ospedale Santo Spirito e pubblicò il suo primo album, Non rimanere là (tra l’altro la prima uscita in catalogo dell’etichetta Folkstudio, emanazione diretta del celebre locale romano). E lungo quel percorso di vita (vita che ha attraversato come volando su un piccolo aereo, la macchina volante del titolo), racconta l’amore per la musica che lentamente da passione si trasforma – con i primi riconoscimenti – in necessità e “potenzialmente in minaccia” perché è stato difficile farla convivere con gli studi in Medicina prima e poi con il mestiere di chirurgo poi. Fa notare Enrico Ruggeri nella sua prefazione: “Domenico Locasciulli, Mimmo per i parenti, gli amici, i fan, i colleghi e i pazienti, di vite ne ha vissute due, mettendo ordine in un’anima artistica e pragmatica, realizzando un progetto personale che fa gola a molti”. “Una doppia vita divisa tra le canzoni al Folkstudio, le aule universitarie e i reparti d’ospedale. Con in mano una chitarra o un divaricatore”, gli fa eco Walter Veltroni nella postfazione. “Sarà pure Jekyll e Hyde, ma in lui le metà non sono in conflitto drammatico, anzi sono facce diverse di una personalità più complessa, ma anche per nulla scissa”. Il libro è assai gradevole e si legge in un battibaleno: funzionano molto di più le pagine riguardanti l’infanzia abruzzese, venate da uno struggente lirismo che non è mai stucchevole, anzi si fa forte di un linguaggio poetico potente. Le pagine sul Folkstudio hanno invece un interesse più documentale che letterario: gustoso il racconto del primo concerto da solista, fatto davanti a un unico spettatore, “un ragazzo con il cappotto ancora addosso”.



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