Comizi d’amore

Comizi d'amore

Inizio del 1963. Pier Paolo Pasolini sta lavorando al progetto di un documentario sperimentale sul tema della sessualità. Prende appunti, stila quelli che oggi chiameremmo storyboard, interpella collaboratori abituali e potenziali. Il film cambia struttura e titolo più volte nel corso dei mesi: Natura e contro natura, Cento paia di buoi (si allude al detto popolare “Tira più un pelo di fica che cento paia di buoi”), Il Don Giovanni e infine Comizi d’amore, il titolo definitivo, che richiama un passaggio del romanzo Il sogno di una cosa: “L’odio, solo l’odio può dare la forza… Bisogna chiarire l’odio in comizi d’amore”. Nell’idea originale, le interviste ai passanti realizzate a Napoli, Palermo, Cefalù, Roma, Fiumicino, Milano, Firenze, Viareggio, Bologna, Venezia, Catanzaro e Crotone avrebbero dovuto essere solo una parte del documentario, forse nemmeno quella più importante: poi man mano le progettate sequenze da girare in un manicomio dedicate ai crimini sessuali scompaiono, gli interventi degli intellettuali e degli scienziati si ridimensionano fortemente e nonostante il parere fortemente contrario dello psicoanalista Cesare Musatti (che comunque apparirà nel film assieme allo scrittore Alberto Moravia, a commentare le risposte degli italiani raccolte da Pasolini in giro per strade, piazze, spiagge) Comizi d’amore diventa soprattutto una carrellata di interviste buffe, tenere, irritanti, squallide…

In una bellissima veste grafica sono qui raccolti a cura di Graziella Chiarcossi (cugina di Pasolini che interpreta anche una giovane sposa nell’unico momento di fiction del film) e Maria D’Agostini, con le splendide fotografie in bianco e nero di Mario Dondero e Angelo Novi, i documenti riguardanti la lavorazione di Comizi d’amore. Appunti, lettere, la trascrizione integrale del film e in appendice tre articoli giornalistici firmati da Michel Foucault (che nel 1977 si interroga su questa fotografia di un’Italia “appena entrata e rumorosamente in un processo di espansione-consumo-tolleranza”), Dario Argento (un’anticipazione del film pubblicata da “Paese Sera” nel 1963) e Pedro Sanchez (un fotoreportage pubblicato da “Le Ore”). Un omaggio doveroso per un’opera che ha avuto scarso successo commerciale all’epoca della sua uscita (anche perché penalizzata da un divieto ai minori prevedibile in quegli anni ma non per questo meno ridicolo) e che alcuni considerano esempio di un “Pasolini minore” ma che invece mantiene ancora intatta la sua forza espressiva a più di mezzo secolo di distanza. E non – come potrebbe credersi ad un’analisi superficiale – in quanto reportage su una nazione bigotta e maschilista, perché la natura di inchiesta tout court di Comizi d’amore va molto ridimensionata, a causa della scarsa credibilità delle risposte, date in un contesto pubblico. “La realtà invece è un’altra”, spiega Vincenzo Cerami nel suo Il linguaggio della realtà, un breve essay scritto ne 1991. La funzione di questo documentario sarebbe “Far stridere tra loro, drammaturgicamente, poeticamente, due dati in conflitto: l’orgasmo e la cultura, o meglio il naturale, sacro amor profano e la sottocultura italiana di quegli anni”.



 

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER