Compulsion

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Chicago, 1924. Judd Steiner e Artie Straus sono i rampolli poco meno che ventenni di due famiglie estremamente ricche di Chicago. Sono due enfants prodige entrati all’Università a quattordici anni, laureatisi prima dei venti e con un ego enfiato dalle teorie che infiammano tutte le giovani menti del loro tempo, ma, c’è un pensatore che li esalta più di altri: Friedrich Nietszche e il suo Superuomo. Finché non si sono incontrati in piena adolescenza, Judd e Artie erano due solitari che sentendosi incompresi non avevano sviluppato legami, ma quando le loro famiglie, nella convinzione che due menti così geniali non possano che legare, congiurano per farli incontrare, tra loro scocca una scintilla potente, che ne legherà i destini a doppio filo. I due giovani si riconoscono come parte di uno stesso insieme: quel Superuomo per cui le categorie morali comuni non valgono e a cui non dovrebbero applicarsi nemmeno le leggi degli uomini comuni. Artie è carismatico, adorato dalle donne che ripaga con pari disprezzo, leggermente più vecchio e infinitamente più motivato, ma, Judd tiene moltissimo a dimostrare di non essere da meno in quanto a capacità machiavelliche e soprattutto di essere dotato di una sconfinata capacità di adorazione del suo eroe, anche se l’estensione della sua passione lo turba, se Artie tollera le sue avances piuttosto che gradirle e usa le carezze per blandirlo e assicurarsene la devozione incondizionata e l’aderenza cieca al piano che hanno concepito insieme: rapire seviziare e uccidere un ragazzino scelto a caso nella cerchia dei figli dell’alta borghesia. Il piano è stato minuziosamente concepito durante oltre un anno, ma, gli aspiranti superuomini finiscono per scoprire con desolazione di aver commesso nella sua esecuzione un numero impressionante di errori anche molto grossolani: un paio di occhiali sul naso sbagliato, una macchina presa a noleggio giorni prima del delitto, una coperta macchiata di sangue, una macchina da scrivere riconoscibilissima, una quantità insufficiente di acido cloridrico, una telefonata al momento sbagliato, sono alcuni dei molti passi falsi che porteranno Sid, diciottenne giornalista del “Globe” e loro compagno di Università a scoprire alcune delle tracce che riveleranno alla polizia l’identità dei due assassini…

Sono molti i tratti in comune tra Meyer Levin, la cui vita è stata tangente a quella di Nathan Leopold e Richard Loeb, veri autori del rapimento e dell’uccisione di Bobby Franks, e Sid, l’io narrante che riporta in forma romanzata un fatto di sangue che ha lasciato attonita la buona società di Chicago nel 1924, facendo versare fiumi di inchiostro a psicologi, psichiatri, criminologi ed avvocati, nel tentativo di dare un senso all’azione criminale, che, per espressa dichiarazione dei suoi autori non ne aveva alcuno. È una prosa misurata ed elegante quella con cui viene narrato il primo, efferato delitto senza causa apparente ad un pubblico ancora per nulla avvezzo alla drammatizzazione quotidiana dei fatti di cronaca, che colpisce per la capacità di introspezione che sospende ogni giudizio del narratore. Levin, che scrive Compulsion trentatre anni dopo il fatto, quando uno dei due assassini (Judd/Richard), sta per essere rimesso in libertà, ci regala un memoir assolutamente magistrale, minuzioso e dettagliato, che ad ogni riga rivela la grandissima capacità di introspezione dell’autore che ci restituisce una lettura delle menti dei protagonisti, disegnandone il dipanarsi come su un pentagramma. La narrazione è scarna e accurata come un elettroencefalogramma, multisfaccettata e poliedrica ma senza pretese di svelare verità o fornire soluzioni definitive; si limita a proiettare sulla pagina pensieri e stati d’animo oltremodo verosimili con la nitidezza di una radiografia, senza alcun intento sensazionalistico. La scarnezza delle motivazioni, e il buco nero delle loro menti che emerge senza fatica dal sottotesto, fanno da contrappunto alla seconda parte del libro, quella in cui si dà conto del processo, dei fiumi di inchiostro e delle illustri personalità scomodate per versarli. Su tutte aleggiano l’ombra del Dott. Freud e dello psichiatra Charcot, le cui teorie non riescono ad estrarre dal vuoto siderale delle coscienze dei due ragazzi, più “perché” di quanto faccia l’impressionante batteria di test somministrati ai due assassini. E’ un documento affascinante non solo per la elevata qualità letteraria, ma per lo spaccato che fornisce sullo stato di avanzamento della coscienza al tempo: le prime timide teorie sull’autismo, le accese discussioni sul libero arbitrio, si dipanano sul palcoscenico che è l’aula di tribunale, fino al coup de théâtre mozzafiato dell’arringa finale della difesa, che raggiunge vette di magniloquenza paragonabili a quelle dell’Inquisitore di dostoevskijana fattura.



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