Comunque una storia d’amore

Comunque una storia d’amore
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Le sue comunicazioni, dice, innescano in lui una girandola di coincidenze e di congetture. Proprio il giorno prima infatti ha pensato di scriverle. E ha anche cominciato a farlo. Se le avesse scritto realmente, quella spedita sarebbe stata una lettera vera e propria. Invece, venendo alla luce con un giorno di ritardo, assume il carattere, di fatto, di una risposta. Il che, però, non è un gran danno, viene da pensare, dato che a una lettera si riconosce sempre un implicito carattere colloquiale, dialogico… di replica, dunque, per l’appunto. Poco male in ogni caso, pertanto. Però. Il fatto è che le lettere immediatamente precedenti a questa, le ultime, datano rispettivamente sei e dieci mesi fa – cioè non sono precisamente recentissime – e forse sarebbe stato meglio se al suo rado contributo epistolare si fosse potuto almeno per certi versi riconoscere una sorta di slancio autonomo. Anche questo, tuttavia, a ben vedere, sostiene, non è un problema, o almeno lo si può superare facilmente. La questione sta però nel guaio, se così si può dire, che davvero ora la sua comunicazione diventerà una risposta, non potrà dunque ignorare gli spunti ricevuti da poche ore soltanto, perché altrimenti, anziché un originale, sembrerebbe solo un autistico, e se anche volesse non far pesare un’intenzione, e semplicemente parlare d’altro, il risultato, per lei che leggerà, non potrebbe che essere altro che quanto meno il sospetto che di quello che lei gli ha detto a lui non freghi nulla…

L’espediente è antico, per non dire classico, e gli esempi internazionali che si potrebbero portare a suffragio di questa tesi sono moltissimi, riscontrabili nel corso della storia a più riprese, da Ovidio in giù. Si pensi a Richardson, Rousseau, Goethe, Foscolo, Choderlos de Laclos, Mary Shelley, Dostoevskij, Verga, Stoker, persino Guido Piovene, Alice Walker, col suo Il colore viola da Pulitzer che Spielberg ha mirabilmente tradotto in film, e David Grossman; alla stessa stregua dell’elegia, che in epoca romana e prima ancora ellenica poteva essere amorosa, erotica, politica, funeraria e via discorrendo, un contenitore di fatto neutro connotato esclusivamente dal punto di vista metrico mediante il quale ognuno di volta in volta veicolava il contenuto che riteneva più adeguato, così anche il romanzo epistolare è una modalità espressiva ricorrente e versatile. Non ha un ritmo narrativo proprio, affida lo svolgimento e la caratterizzazione a ciò che i personaggi si scrivono e da cui il lettore ricava elementi utili e significativi. Cannonieri, che è studioso di filosofia moderna e contemporanea ed esperto di Derrida, linguista e teorico del decostruzionismo, ossia dello smantellamento dei luoghi comuni di cui infarciamo le nostre espressioni, ha dunque una messe di riferimenti dotti e strumenti raffinati per edificare un’opera che ha viceversa un solido ritmo narrativo evidente attraverso le conversazioni fra Grazia e Quirino, che a modo loro si amano, viaggiano, si interrogano sul senso della vita e su come renderla memorabile, priva di mera banalità, e tratteggiano il ritratto di una società precaria e malsicura.



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