Con molta cura

Con molta cura

Non era stato soltanto un sogno “ma era senza dubbio un avvertimento che il mio corpo mi aveva lanciato già nel corso del 2012”. Una caverna carnosa altissima coperta di fiori retrattili come “escrescenze di carne malata”, un gatto acciambellato che all’improvviso lievita verso il soffitto e aspira lo spaventoso fiore di carne, lui, una presenza evanescente, si percepisce come “assai lontano”, come “pura presenza”. Sì, quello era certamente un avvertimento, e loro, i gatti, lo sapevano. Il “gatto mangiacancro, serafico e potentissimo” del sogno è Ortensio, detto Ortensietti, quello che non aveva gradito la sistemazione temporanea in un seminterrato, prima del trasloco nella nuova casa all’Esquilino, e che per questo aveva tentato più volte di scappare durante la notte. Lui, invece, è Severino, messo alla prova da diversi fortunali nel mare tempestoso della vita, compreso un trapianto di rene (nel 2007) e una più recente ischemia (bilaterale del mesencefalo, è il giugno 2013). Ma è proprio durante questo trasloco che gli arriva una telefonata, capace di segnare nuovi inizi. “Pronto, ha presente quegli esami recenti di controllo per il rene trapiantato? Ecco, il rene è a posto, non c’entra nulla, ma dovrebbe venire da noi con urgenza per altri accertamenti. E non perda tempo”. “Era già l’annuncio della neoplasia al colon al quarto stadio, ma sarebbe occorso un po’ di tempo per familiarizzare con l’idea”. Nel 2014 Severino vive “un periodo di totale chiusura, dove solo la parola “aprirsi” mi faceva orrore. La lotta di anni contro un cancro subdolo e geniale mi aveva lasciato stremato”. È allora che Emanuela (Turchetti ndr), sua moglie, lo invita ad iscriversi su un social, “Tu hai bisogno di aprirti, non di chiuderti. È per tanti un mondo piccolo e malato ma se cogli la natura profonda di condivisione con altri, anche della tua malattia per quanto deciderai di renderla pubblica, allora può farti del bene, e molto. Ecco tutto: aprirsi, non chiudersi. Se continui a chiuderti, in queste condizioni, io penso che potresti morire”. Non può immaginare Emanuela – e certamente non può immaginarlo lui, Severino – che comincia così qualcosa di straordinario, nel senso proprio di fuori dal comune, una comunicazione capace di creare legami tra sconosciuti, di coagulare un affetto quasi inspiegabile, diventato importante per i suoi lettori, che ha fatto sì che, poco prima di interrompersi, lui, probabilmente consapevole di aver cominciato l’ultimissimo tratto della sua strada, potesse scrivere “Per l’affetto che mi date […] fino a che le forze me lo permetteranno, io non vi lascerò mai”. E quella è stata soltanto l’ultima delle volte che, con semplicità disarmante, ha detto dei suoi sentimenti: “Ma l’amore e l’attenzione di voi che leggete e condividete, spesso all’istante, con un ritorno immediato per me nuovo di emozioni, vincono su tutto, questo anche ho scoperto […] sarà molto più facile continuare ad affrontarne le conseguenze ogni giorno, verso la completa guarigione. Aprirsi, non chiudersi”. E altrove, “Quando guarirò non importa se io non ci sarò più a vedermi guarire. Io guarisco ad ogni istante in cui mi curo”…

Severino è, naturalmente, Severino Cesari, stimatissimo uomo di lettere a tutto tondo, scrittore, critico letterario, cofondatore della prestigiosa collana Stile Libero di Einaudi insieme a Paolo Repetti, a detta di molti il più grande editor degli ultimi cinquant’anni, tra i primi a cogliere quel lento mutare all’interno della cultura italiana alla fine del ‘900 che ha modificato la percezione della separazione netta tra livelli. Cesari è morto il 25 ottobre 2017, dopo aver combattuto dure battaglie contro diversi problemi di salute, stroncato da un tumore che la sua tempra, il suo coraggio, la sua instancabile fiducia nella medicina non sono riusciti a sconfiggere. Aveva il dono della parola Severino Cesari, e delle parole – che amava tanto, quelli che lo hanno conosciuto raccontano come gli piacesse ascoltare le parole che leggeva ad alta voce per sentire come suonavano – aveva fatto la sua vita. Per molti di noi, persone “comuni” presenti su Facebook, Severino Cesari è diventato semplicemente Severino, per tanti amici soltanto Seve, da quando su suggerimento di sua moglie ha cominciato a raccontare come ad un diario condiviso, di sé, della sua vita, della sua malattia, delle sue sconfitte e delle sue vittorie, delle sue piccoli grandi imprese e conquiste – chi può dimenticare l’emozionante post nel quale raccontava di essere riuscito a svitare da solo una bottiglia di acqua, dopo la rieducazione post ischemia – sul noto social, rispondendo più possibile a chiunque lo salutasse, gli facesse gli auguri, gli lasciasse un pensiero. Non si pensi ad una sofferta geremiade, però. Lui parlava della sua quotidianità, quindi del gatto Ortensietti, della luna sul suo balcone, delle sue piante, del cane Theo, della casa all’Esquilino, di Emanuela, di suo figlio Lorenzo, dei dottori, di Quantico (la clinica dove lo curavano), dei suoi fisioterapisti, degli infermieri, di Emilio (il rene ricevuto con il trapianto), dei cappuccini di soia, dei libri, degli amici, e di tante altre cose che sono entrate nella quotidianità dei suoi amici virtuali. Perché una scrittura autobiografica su un social ha raccolto attorno a Severino tanti “amici”, tanti lettori affezionati, tante persone che facevano veramente il tifo per lui? Perché in tanti leggevamo i suoi post lunghi ben più delle poche righe che costituiscono la soglia massima di attenzione del lettori sul web? Non era voyerismo, non era passatempo di gente annoiata che curiosa sui profili e tra i fatti altrui. Era altro, molto altro. Era come dividere un pezzo di strada – per quanto virtuale – e desiderare ad ogni parola di avere una parte della stessa forza, dello stesso spirito vitale, dell’entusiasmo per la vita di una persona fuori dal comune di cui ogni giorno ti sei abituato a leggere un pensiero. Di una persona, non di un editor o di un critico famoso. Di una persona per la quale era diventato importante condividere e che mai è sembrato arreso o troppo stanco per pensare al prossimo passo, alla prossima ripartenza, per ringraziare medici, famiglia, amici. Severino aveva coagulato un affetto vero, sincero attorno a sé e alle sue parole, e sarebbe stato uno spreco enorme che andassero smarrite quelle che ha regalato sulla sua pagina virtuale. Ecco allora questo libro, che lui ha curato fino a che ha potuto, come un dono lasciato a coloro che su un social, ma non solo, si sono sentiti un po’ più poveri e più soli quando lui è andato via. Con molta cura è stato definito un prezioso e geniale esperimento umano e culturale per il messaggio positivo che veicola, ovvero che la medicina è necessaria e che per affrontare quello che si deve è importante l’amore di chi ci circonda. Un libro pieno di parole misurate ma preziose, tanto che appare giusto citarle qui di continuo perché sia ancora Severino a parlare, a dire che farebbero bene a tutti. Scrive Michele Rossi, responsabile della narrativa italiana Rizzoli, nella commossa nota finale: “Seve non attraversava le vite che incontrava, con il suo tocco gentile e garbato ne modificava per sempre la traettoria. Poi venne la malattia e con lei il momento di scrivere usando come mezzo l’intangibile pagina di un social network da lui trasformato in un luogo pieno di speranza e autentica umanità. Questo diario esiste come una sfida, prendere il male e renderlo Cura, prendere la paura più grande e renderla luce, in modo generoso, esposto, disponibile a tutti e allo stesso tempo privatissimo. Intimo”. E giova anche ricordare le parole di Giancarlo De Cataldo nella sua proposta al Premio Strega 2018 di Con molta cura, “Una sorta di testamento spirituale […] Un viaggio dentro l’anima e verso l’ignoto attraversato da pagine di scrittura limpida, di una luminosità che appare a volte accecante per quanto ci comunica di puro e di grande”. Questo è un libro da tenere sul comodino, sempre vicino, per poterne leggere una pagina ogni tanto, come fosse la parola buona di un amico, l’incoraggiamento di una persona cara. “Cercate di arrivare felici ai giorni difficili”.



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