Confessioni di una squartatrice

Confessioni di una squartatrice
Il 29 aprile 2012 è il giorno più buio e infelice della vita dell’ispettore Gunnar Barbarotti. Un risveglio che si preannunciava identico a quello della mattina precedente è funestato dalla più atroce delle sventure: sua moglie, la sua Marianne, è morta. Un altro aneurisma probabilmente. Un altro maledetto aneurisma, ma stavolta letale. È sdraiata accanto a lui, sembra viva ma non lo è. Gli occhi socchiusi e la bocca leggermente aperta, un pertugio per far fuggire l’anima o per dire un’ultima parola. Lui prova a chiamarla, a scuoterla, ma in cuor suo sa che è tutto inutile. Nel gelido mutismo della stanza da letto, Gunnar le stringe forte la mano, soffocando lacrime che avrebbe versato più avanti. Ci sono cinque figli ai quali dire che la loro madre non c’è più e questa è senz’altro la prova più difficile per un padre e un marito. I giorni successivi trascorrono cupi, nel grigiore del lutto e della confusione e al ritorno al commissariato i colleghi pensano di avere a che fare con un fantasma. Il commissario Asunander però non vuole che uno dei suoi migliori elementi cada preda del dolore e della depressione, e decide così di riaprire un vecchio caso di sparizione…
Confessioni di una squartatrice è la quinta e più recente avventura dell’ispettore Barbarotti, poliziotto che, assieme al commissario Van Veeteren, è uno dei protagonisti della prolifica produzione letteraria dell’autore svedese Håkan Nesser. L’indagine in questione si snoda in un lasso temporale che va dal 1989 al 2012 e si presenta sin dalle prime battute come convincente e intrigante. Le ambientazioni nord-europee, tipiche del fortunato filone giallistico di cui fa parte anche Nesser, non mancano e contribuiscono ad amplificare la cupezza di una trama fredda come una giornata senza sole. Qual è però il quid che fa lo scarto tra questo libro e gli altri, più o meno, interessanti epigoni? Senza dubbio la cura e l’attenzione che l’autore ha dedicato ai suoi personaggi. Nessuna delle figure presenti sulla scena di Confessioni di una squartatrice è infatti delineata in maniera dozzinale o approssimativa e dal protagonista fino all’ultima comparsa c’è un accurato gioco di chiaroscuri caratteriali e sentimentali che rivela pessimismo e profonda rassegnazione circa la condizione umana. In un gioco di luci (poche) e ombre (molte) lo scrittore svedese mette a nudo tematiche scomode e aspre, come l’elaborazione del lutto, i maltrattamenti familiari e quel pregiudizio che trova terreno fertile nelle piccole comunità, inserendoli nel contesto di un’ indagine ottimamente articolata tra passato e presente, in cui dubbi, solitudini e violenze trovano forte dignità narrativa grazie al ricco e variegato palcoscenico dei personaggi.

 

 

 

 
 
 
 
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