Conta le stelle, se puoi

Conta le stelle, se puoi
Una radiosa domenica mattina del settembre 1872, all’età di ventitré anni, Moise Levi partì dal ghetto ebraico di Fossano diretto verso Torino in cerca di una sorte migliore. Trascinava dietro di sé un carretto a due ruote colmo di pezze e di stracci. Ma per errore imboccò la via per Saluzzo, giungendo a Verzuolo, dove ebbe modo tuttavia di apprendere il mestiere del commercio dei tessuti. Grazie al denaro ricavato da lavori di manovalanza, acquistò pezze intere di stoffe per farci abiti e lenzuola, che avrebbe rivenduto successivamente a Torino. Qui, in breve tempo, divenne socio di munsù Malvano nella gestione del negozio di tessuti e confezioni, in cui aveva iniziato a lavorare come ragazzo di bottega. Prese in moglie un’orfana di nome Ines, che lavorava come stiratrice in una sartoria. Rivelando di possedere un innato fiuto per i commerci e per le donne, divenne un ricco capofamiglia, padre di quattro figlie: Esterina, Rita Italia, Albertina e Ida. Quando la moglie morì precocemente, seguita a due anni di distanza dalla figlia Albertina, a Moise sembrò che tutto dovesse crollargli addosso. Non poteva immaginare, invece, che avrebbe vissuto ancora molto a lungo, che dopo cinquant’anni avrebbe fatto ritorno a Fossano per prendere una seconda moglie, che la sua famiglia si sarebbe ulteriormente allargata, facilitata da una contingenza storica resa particolarmente favorevole dalla morte improvvisa di Benito Mussolini...
Elena Loewenthal, docente di Cultura ebraica all’università San Raffaele di Milano e giornalista del quotidiano La Stampa, ha al suo attivo tre romanzi e numerose traduzioni di testi della tradizione giudaica. In questo suo ultimo lavoro - classificatosi al secondo posto nella finale del Premio Campiello 2009 - ha confermato alcune caratteristiche del suo stile: la capacità di tendere alla sintesi di un circuito espressivo che riesce a cogliere i nuclei più vitali di una lunga vicenda famigliare; la facoltà di abbozzare, con un semplice tratto di penna, peripezie e travagli interiori dei suoi numerosissimi componenti, senza rovistare troppo tra i loro sentimenti; di descrivere, con calma e impassibile candore, luoghi e tempi in un registro vagamente celebrativo. Da osservare, inoltre, che la fluidità del linguaggio qui ben si combina con l’uso moderato del dialetto piemontese, in un equilibrio perfetto, funzionale al tentativo di radicare ancor più profondamente alla comunità di appartenenza, quel serbatoio di immagini, di esperienze e di prospettive che la parola dialettale con immediatezza sa richiamare. La storia narra della saga di una famiglia ebrea di origine torinese che, con la lenta dissolvenza del capostipite, si ramifica nelle vite di numerosi discendenti, compiendo un tragitto lungo tutto il secolo scorso. Un percorso dal quale la Loewenthal ha rimosso, con un vero tocco di magia, gli ostacoli più insidiosi, immaginando che Mussolini fosse morto nel 1924 e che il re avesse abdicato in favore della democrazia. Perché, piaccia o meno, il compito di uno scrittore è sempre quello d’inventare, anche quando parte dalla realtà o dalla biografia.

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