Contro il Tiqui Taca

Contro il Tiqui Taca
“Che mondo lasceremo ai nostri figli, un mondo a misura di possesso palla?”. Il Barcellona è una manna per gli statistici. Ore ed ore di monopolio del pallone, valanghe interminabili di passaggi, chilometri macinati dai suoi piccoli soldatini maratoneti, gol a grappoli e squadre avversarie frantumate senza pietà. In una parola, la noia! E si badi bene che qui non si parla solo di organizzazione di gioco dei “blaugrana”, ma del mantra che avvolge come una filosofia di vita lo spirito stesso del Barcellona. Dal profilo buonista filosalesiano del suo mentore e – oramai ex - guru Pep Guardiola (in contrapposizione al comandante – ormai ex anche lui - del Real Madrid José Mourinho, nemico sanguigno e guascone a cui Pep, neanche a dirlo, ha sempre e solo risposto ecumenicamente porgendo l’altra guancia), alla pretesa di uguaglianza tra tutti i giocatori dentro e fuori dal Camp Nou (livellamento che ha finito per espellere come un fastidiosissimo corpo estraneo - dopo solo un anno - un milionario investimento come Ibrahimović, primadonna mai digerita dal sistema), passando per la cantera, il settore giovanile dove i bambini crescono «[…] disciplinati, incapaci di qualsiasi forma di protagonismo o eccesso, allineati allo spirito disneyano richiesto dal club». Una squadra in definitiva che ha fatto del buonismo e della retorica la sua filosofia di vita creando in realtà un falso e patinato modello di calcio che nulla ha a che vedere con il senso reale e originario di quel football anglosassone fatto soprattutto di battaglia, agonismo, persino scorrettezza e furbizia. Ma da dove nasce questa blasfemia anti Barça? Su quali considerazioni affonda le sue radici? Semplice invidia o frutto di un reale fondamento scientificamente provato?...
Michele Dalai in questo suo breve trattato prova a sconquassare il velo di ipocrisia che ruota secondo lui attorno alla squadra più celebrata e osannata della storia del calcio di tutti i tempi. E lo fa portando più di un secchio d’acqua al suo mulino, argomentando sempre con placida ironia, e arringando la sua semiseria tesi grazie a prove inoppugnabili. Prove che non riguardano solo il campo, dove quel rimbambire di passaggi a elastico l’avversario è solo l’estenuante e noiosissima punta dell’iceberg di una religione ben pianificata a tavolino. Perché il tiqui taca, secondo Dalai, viene da lontano: dai campetti dove ai bambini viene inculcato un modello che non prevede prime donne, gesti fuori dal coro, una catena di montaggio livellata sul rispetto e l’educazione, sul valore della squadra e non del singolo, che porta poi in prima squadra giocatori fotocopia fatti in serie, già bellamente assuefatti e intercambiabili. Persino la favola di Messi vista da altra angolazione diviene per Dalai strumento di propaganda buonista blaugrana da esportare nel mondo come la sigla UNICEF che campeggia come un vessillo - al posto dei miliardari sponsor delle altre squadre - sui petti pieni di orgoglio catalano dei suoi soldatini. Un’analisi, spietata, irriverente, spassosissima, che farà felici i contropiedisti – a cui è dedicato il libro – i madrilisti, gli antibarcelloniani, i fondamentalisti di Mourinho, di cui lo stesso Dalai, da buon interista, è certamente un orfano ma soprattutto i “rosiconi” di tutto il globo, perché se è vero che debba vincere sempre il migliore, a volte trionfare senza merito per un gol in fuorigioco o per un rimpallo al novantesimo, è un godimento impareggiabile. E il sale vero del calcio – e forse pure della vita - alla fine è soprattutto questo.

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