Convalescenza

Convalescenza
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Durante una seduta di agopuntura per alleviare i dolori di una distorsione alla caviglia, la dottoressa le procura una piccola ustione. Inizialmente non sembra grave, ma passano i giorni e l’ulcera non si rimargina. Il dottore che la visita in ospedale la insulta per non essersi curata, per aver trascurato e lasciato passare troppo tempo. Le prospetta una gravità allarmante, un intervento. A lei non sembra interessare molto, registra quello che le viene detto, assiste impassibile alla medicazione avvertendo appena un dolore che sembra generarsi da dentro, da un luogo lontano dalla ferita, inforca la bicicletta, si muove per strade trafficate di Seul che però la sua mente insonorizzata non percepisce. Lì dentro è tutto un lavorìo, un tentare di metabolizzare la morte della sorella, riviverla e ricomporre la storia della loro famiglia, le distanze, le insofferenze; provare a domandarsi il perché di tutta quella freddezza, di quella lontananza che ha reso impercettibili la malattia e il dolore fino a che tutto non le è crollato addosso amplificando i silenzi e la sua solitudine… Il suo corpo si riempie di macchie violacee sempre più ampie; macchie che poi sbiadiscono in un verde marcio, in un giallino tenue, ma che non scompaiono mai e sono sostituite da nuove macchie, continuamente. Su un corpo minuto disegnano una geografia preoccupante che lei bada a non drammatizzare troppo. Suo marito è così preso dal lavoro, dalla carriera che a stento si chiede cosa le stia succedendo. Vedendola invecchiare, rattrappirsi, pensa solo da quanto tempo non fanno più l’amore. Non ha tempo per lei, per i suoi lividi, per il suo mangiare sempre meno, la sua debolezza progressiva. Dà uno sguardo appena, ma resta fuori dalla faccenda. Le dice di andare a farsi vedere, al massimo di andare da sua madre. Lei dice di sì. Anzi, non dice di sì, fa un cenno appena con la testa. La voce le si sta incartapecorendo nella gola e le uniche cose di cui ha bisogno sono acqua e sole. Si sta trasformando sotto gli occhi ciechi di lui che intercettano solo il disordine, i piatti sporchi nell’acquaio, i vestiti sparpagliati sul pavimento. Lei sta mutandosi in qualcosa di incredibile, come se da dentro stesse partorendo la sua stessa natura. I lividi diventano cortecce, gli arti rami e radici. Lei, un albero…

Han Kang mette al centro di questi racconti due donne che parlano appena. Una afonia dalla potenza simbolica tellurica che trasferisce tutto alla dimensione dello sguardo; una dimensione in cui le parole sono ben misera, molesta faccenda. Due vite che espongono una piaga che è lo sbrago in superficie di un dolore indicibile, più ampio e profondo. Segnate da un’apparenza che minimizza il danno a dato clinico, che camuffa malamente ciò che invece è conseguenza, frutto, progenie del lutto, della solitudine, del silenzio, della mortificazione, della diversità. Reduci caduche e mutilate di una malattia dell’anima la cui convalescenza è ancora più faticosa da affrontare, ancora più pesante da vivere. Non si oppongono a quanto succede loro, lo subiscono (o lo assecondano) senza reagire e questo non tanto per indolenza, quanto per la consapevolezza di non saper parlare alcuna delle lingue conosciute, di non poter utilizzare alcuno dei registri lessicali in uso alla gente comune. È la consapevolezza dell’incomunicabilità di chi vive il disagio e la marginalità, quella frattura dentro la quale precipitano le anime sensibili e incomprese. In Convalescenza c’è molto dei temi e degli stili - della crudezza, direi - già presenti in La vegetariana. Il più evidente è l’immagine della donna-albero, figura manifesta di una femminilità radicata e ramificata; che appartiene alla terra e al cielo; che è femmina e madre, feconda e fruttuosa. E se la terra è donna e l’albero vi è radicato, è conseguenza che la donna appartiene soltanto a se stessa e a nessun altro. Nonostante tutto. È il contraltare bombardato, ma ancora in piedi, di quelle figure maschili che le assoggettano, che entrano con una marcia trionfale e si esauriscono nelle stonate note di una musichetta da circo. Vittoriosi perdenti. Ottusi, lontani, indifferenti, incapaci di relazioni empatiche, votati alla propria virile affermazione, esclusivamente preoccupati di mantenere la gerarchia, come una guerra di posizione nella quale unico scopo è difendersi logorando il nemico. Con intenzioni sottili, con delicatezza impalpabile Han Kang narra lo straniamento, l’abissale disorientamento che si prova a non essere capite e - ancora di più - la sensazione che non valga la pena sforzarsi per farsi comprendere. Affronta così, con questo senso di stanchezza e ineluttabilità (che è una ineluttabilità cronachistica, di narrazione, non morale) gli argomenti drammatici della perdita, dell’identità, del disagio psicologico, della misoginia, della solitudine, e temi giganti come il rapporto tra l’essere umano e il mondo, la libertà di esprimere se stessi, lo stigma, la cesura comunicativa tra gli individui. Come nei suoi precedenti lavori, la scrittura è così asciutta da sembrare arida. Eppure, è come se scrivesse in punta di piedi storie che restano sospese in una dimensione eterea che può dimostrarsi eterna nella sua ciclicità senza uscita, a meno che non sopravvenga un estremismo del gesto che piega il corpo dopo aver piegato la mente. La sua narrativa si insinua proprio lì, in quegli interstizi difficili da intravedere e raggiungere; in quelle fessure nell’umanità che solo si possono sperimentare immergendoci le dita per coglierne la fragilità più estrema, un verbo che non sa esprimersi, un grido di aiuto che non sa farsi strada, il pulsare focoso della vita sotto mucose fatte cenere, dietro muri in rovina e gesti tardivi.



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