Conversazione su Tiresia

Musica di flauto. Entra il flautista seguito da bambini festanti. Dietro di loro, un vecchio, guidato da un giovinetto, che si siede sulla poltrona al centro della scena. Intanto il flautista è uscito, sempre seguito dai bambini; il giovinetto invece si è seduto a terra accanto alla poltrona. Musica dei Genesis. “Chiamatemi Tiresia. Per dirla alla maniera dello scrittore Melville, quello di Moby Dick”. Non è la prima volta che lui parla da un palco, ma ci tiene a spiegare bene una cosa: si è sempre trattato di attori che interpretavano il suo personaggio. Stavolta è molto diverso. “Oggi sono venuto di persona perché voglio raccontarvi quello che mi è accaduto nel corso dei secoli e per cercare di mettere un punto fermo nella mia trasposizione da persona a personaggio”. Il racconto parte da lontano, precisamente da Tebe, a sud del Monte Citerone, dove “ogni metamorfosi era possibile”. Tutto quello che i poeti, i romanzieri, gli artisti di tutti i tempi hanno raccontato – ognuno con la sua versione e secondo il suo punto di vista – ha avuto inizio lì. Sovrappensiero, un giorno che adolescente passeggiava sul monte pietroso, Tiresia aveva colpito due serpenti avvinghiati nell’atto della riproduzione. “Coi serpenti, sul Citerone, bisognava andarci cauti”, potevano essere gli dei che avevano preso quelle forme; ma il giovane l’aveva dimenticato e con una bastonata aveva ucciso la femmina. Immediatamente Tiresia venne allora mutato in donna, ricevette non soltanto attributi femminili ma – cosa assai più spaventosa – un cervello da donna. “Meglio non conoscere a fondo i pensieri che possono agitare la mente di una donna. Un cervello affollatissimo: piccole esigenze quotidiane convivono accanto a grandi quesiti universali, un flusso continuo di cose da fare e altre da pensare. Tutto questo sempre in contemporanea, senza requie, senza riposo. Un inferno!”. Tiresia non resistette più di sette anni; poi chiese aiuto alla Pizia. La soluzione suggerita dalla sacerdotessa gli ottenne di tornare uomo. Ma un giorno accadde un disastro. Sull’Olimpo Zeus ed Era litigarono. Oggetto della discussione era stabilire chi, tra l’uomo e la donna, provasse più piacere nell’atto sessuale. A Zeus venne in mente di chiedere a Tiresia che era stato entrambi. La risposta di Tiresia, dopo averci pensato, è nota: nei dieci gradi di piacere, la donna gode per nove e l’uomo per uno. La vendetta di Era, infuriata per la risposta, fu terribile. Posò la mano sugli occhi del malcapitato e lo accecò. Zeus provò a risarcire il povero Tiresia, ma da allora…

Conversazione su Tiresia è il monologo teatrale scritto e interpretato da Andrea Camilleri, prodotto da Carlo degli Esposti per Palomar andato in scena l’11 giugno 2018 di fronte a 4mila spettatori presenti nel Teatro Greco di Siracusa, nell’ambito delle rappresentazioni classiche realizzate dall’Istituto Nazionale del Dramma Antico, la regia affidata a Roberto Andò, le musiche dal vivo a Roberto Fabbriciani. Ormai indispensabile per il vecchio artista, l’onnipresente Valentina Alferj a curare il tutto. Diciamo subito che qualche critico, in cerca di forzata originalità in controtendenza, che ha voluto leggere in questo piacevole e agile testo dedicato al mitico e mitologico indovino tebano affermazioni sessiste e misogine, argomentando anche che in Italia si dà spazio soltanto a vecchi tromboni, ha decisamente mostrato i suoi limiti culturali ed esagerato un aspetto che pure – duole ammetterlo – talvolta prende la mano nei romanzi e nelle memorie al vecchio maestro siciliano, ma che se anche talvolta può infastidire (e non in questo caso per ovvi motivi legati all’argomento) si è disposti a scusare in qualche modo per diversi motivi, che vanno dall’età all’essere diventati adulti in una società decisamente diversa dalla nostra, soprattutto per mentalità. Sgombrato subito il campo da questo capzioso e fastidioso equivoco, giova ricordare – se pure ce ne fosse necessità, una volta per tutte – che quando si racconta un mito o quando si parla di testi, per fare un esempio banalissimo, come la Bibbia, decidere di focalizzare l’attenzione su argomenti di tipo sessuale e/o culturale facendo sofistica sulle parole decontestualizzate è davvero banale. La storia dell’indovino cieco, punito da Era per aver risposto che il piacere delle donne nel sesso è maggiore rispetto a quello maschile, è nota ed è stata oggetto di numerose diatribe. “Il fascino della doppiezza: lui è stato compiutamente sia donna, sia uomo. Io racconto il destino di un protagonista letterario, che è stato esaltato e bistrattato: faccio il punto della situazione”, così ha spiegato l’autore durante una intervista al “Corriere della Sera”. La sua figura ha quindi attraversato tutta la letteratura, ha affascinato autori di ogni tempo e di ogni campo artistico – sessantatré autori di tragedie, film, romanzi, da Cocteau, a Dante, a Pavese, a Virginia Woolf ha contato Camilleri – ed evidentemente continua a farlo se anche il maestro girgentino ha detto di averla sentita particolarmente vicina quando ha perso la vista, “È una vecchia storia che mi intriga da tempo. […] Diciamo che ho scelto Tiresia per affinità elettiva”. La chiave scelta per la sua lettura personale più umana di un personaggio che – ripete più volte – qui si racconta come persona è ironica ma anche poetica, spesso caustica, maliziosa e dissacrante. Cosa aggiunge alla riflessione sul mito questa ennesima voce? Forse nulla, forse qualche punto di vista interessante. Uno degli aspetti di Tiresia che nei secoli ha catalizzato l’attenzione di chi se n’è interessato è proprio la sua cecità che, quasi per contrappasso, si accompagna al suo dono. Racconta Camilleri nella stessa intervista: “È l’elogio della cecità. Lui è cieco come me. Appena ho iniziato a perdere la vista, ho acuito gli altri sensi. Ho sempre fumato sessanta sigarette al giorno e, quando ancora ci vedevo, avevo perso il gusto degli odori, dei sapori. Quando gli occhi si sono spenti, sono ritornati tutti insieme! Anche il tatto mi fa impressione per quanto è sensibile. Tiresia vede il futuro da cieco: poteva non piacermi un ruolo del genere?”. Ma cosa ha spinto davvero un novantaduenne a stare sulla scena per oltre ottanta minuti, per altro senza alcun bisogno del suggeritore? La risposta un po’ malinconica la leggiamo alla fine del monologo, recitato – è utile ribadirlo – nell’antico teatro di Siracusa del V secolo a.C. -; a parlare, confondendo la voce con quella di Tiresia, è proprio lui in quanto Andrea Camilleri: “Ho trascorso questa mia vita a inventarmi storie e personaggi. […] Da quando Zeus, o chi ne fa le veci, ha deciso di togliermi di nuovo la vista, questa volta a novant’anni, ho sentito l’urgenza di riuscire a capire cosa sia l’eternità e solo venendo qui posso intuirla. Solo su queste pietre eterne”. Il 5 marzo 2019 Conversazione su Tiresia viene trasmesso da Rai1 per la regia di Stefano Vicario, dopo essere diventato un libro a principio dello stesso anno, grazie a Sellerio.



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