Coro di funghi

Coro di funghi
Naoe, Obachan, la nonna, in camera sua o seduta sotto un portico, non smette mai di parlare. E lo fa in giapponese, nonostante sia ormai in Canada da vent’anni. Come Keiko, sua figlia, che invece ha deciso di diventare una perfetta occidentale nella lingua, nel cibo e nella cultura, al punto da arrivare quasi a tingere i capelli della piccola Muriel, la sua bambina, scelta per interpretare Alice nel Paese delle meraviglie nella recita scolastica. E Muriel?  Forzata ad essere canadese,  quando Obachan la chiama Murasaki, o la accoglie nella sua stanza per raccontarle delle storie nella sua lingua sconosciuta, sente di dover essere anche altro. La rocambolesca fuga di Obachan e la conseguente crisi familiare saranno il coronamento di quel percorso di riappropriazione di sè che, dopo anni la porteranno a iniziare le storie che racconterà al suo amante proprio come faceva sua nonna: “Mukashi, mukashi, omukashi”...
Hiromi Goto, l’autrice di questo libro, è nippo- canadese, e le difficoltà di avere gli occhi a mandorla in un paese dove crescono gli aceri e non i ciliegi le ha provate sulla sua pelle; biografia e trama sembrerebbero quindi suggerire l’idea del classico romanzo di immigrazione, in cui viene celebrata la necessità di mantenere a tutti i costi l’identità culturale perduta senza dimenticare di strizzare l’occhio all’integrazione. E invece la Goto, pur tenendo ben salde le redini della tematica principale, costruisce un’opera estremamente originale e avvincente, che ben presto travalica il confine di genere. Il merito è dell’organizzazione dell’intreccio, che in un gioco di specchi, è volutamente sincopato. Diverse sono le voci narranti: Obachan, Muriel-Murasaki e, in una prospettiva più filtrata, Keiko; diverse le linee temporali  che si intrecciano in maniera tutt’altro che lineare, senza che per altro si perda il filo del racconto; diversi infine - anche graficamente - i piani narrativi, da quello principale (la vita in Canada) alla vita in Giappone di Obachan, a quello del racconto fiabesco e mitologico. Protagonista di questo andamento solo apparentemente complesso, ma che in realtà rende la lettura vivace e piacevole, è la lingua. Obachan e Keiko usano ognuna una lingua diversa, rinnegando l’altra, per costruirsi un isolamento con cui rafforzare le proprie convinzioni e interessante risulta, in questa chiave di lettura, il fatto che le espressioni giapponesi non siano tradotte, proprio per sottolinere il senso di straniamento dovuto al non voler ascoltare. Muriel-Murasaki, già nel nome porta la soluzione per ricomporre questa dualità e, ascoltatrice prima, narratrice poi, individua nelle fiabe, nell’ascolto di cuore,  il punto di partenza per rendere familiare ciò che solo la chiusura mentale può rendere estraneo. Un libro, quello della Goto, rivolto insomma non solo a chi ha nel cuore un paese diverso da quello in cui vive,  ma a chiunque si senta come Obachan, seduto contro il vento a urlare senza essere realmente ascoltato e abbia la voglia di imparare a scegliere le parole giuste, in qualunque lingua essere siano, per esprimere se stesso.

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