Corri – Dall’inferno a Central Park

La prima maratona non si scorda mai. Ma nemmeno la prima mezza. La prima mezza maratona di Aldo, il protagonista della storia, giornalista di successo indolente che vive a Frascati con la giovane compagna, ventuno chilometri di corsa, contro il vento e verso il mare, il suo primo viaggio in quella che chiama la terra di nessuno, è la notissima Roma-Ostia, e, come da normale tradizione, avviene in una giornata di marzo che gli regala non pochi brividi. Non è detto che però si tratti di freddo, anzi, con ogni probabilità è pura e semplice agitazione. Sotto la maglietta dell’Atletica Tusculum ne ha un’altra, e il pettorale è sgualcito. Accanto a lui c’è una celebrità, il pirata con la bandana in testa, nell’ambiente una vera e propria star, che tutti salutano come se si trattasse del santo padre, e lui replica benedicendoli, se così si può dire. Ma gli scherzi durano il tempo dell’attesa, prima che lo starter esploda il colpo di pistola che dà il via alla gara: la maratona, si sa, si corre prima con la testa che con le gambe, ma certo per Aldo non è facile. Il pirata gli scappa subito via, schizzato lontano come una molla, e lui ora deve cercare di stare calmo, di seguire, anzi, inseguire la corrente. Si rende conto di quanto davvero sia dura la salita del camping, ma non gli pare vero di star correndo fra i pini di via Cristoforo Colombo, in direzione del rifornimento del decimo chilometro, soltanto pochi mesi dopo che tutto sembrava finito…

La maratona per antonomasia è quella di New York, ed è il sogno per chiunque corra, quarantadue chilometri e centonovantacinque metri, come vuole la tradizione, all’ombra della Grande Mela, sui ponti che attraversano l’Hudson e a Central Park, là dove il giovane Holden si chiedeva che razza di fine facessero le papere quando il laghetto è ghiacciato: è un punto di partenza ma anche di arrivo. E per Roberto Di Sante e per il suo alter ego letterario è stato proprio questo: Corri racconta in modo chiaro però articolato la storia semiautobiografica (ma del resto quale vicenda non lo è? Quale prodotto dell’umano ingegno non conserva e tramanda traccia del suo artefice?) di un uomo che sta morendo e che prega Dio di riuscire a rinascere. Si dice che il padreterno realizzi i desideri solo quando vuole punire gli uomini, ma in questo caso non è stato così: la depressione, il male oscuro, il cane nero ferocissimo che morde i polpacci e non dà tregua, come lo chiamava Churchill, ha attaccato e quasi distrutto l’io narrante della storia, raccontata in maniera lineare, credibile, leggibile, intensa, vibrante, semplice, fresca, limpida, avvincente, appassionante, una dimostrazione di coraggio, forza, tenacia, determinazione, un insegnamento e uno sprone mai retorico. Lo sport, il movimento, il podismo, la corsa, naturali stimolatori di serotonina, l’ormone della felicità, consigliati in generale nei momenti bui, in questo caso specifico hanno salvato il protagonista, portandolo letteralmente, come dice il sottotitolo, dall’inferno a Central Park.

 


 

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