Corri più che puoi

Corri più che puoi

Gerusalemme, estate 2014. Ari e Shoshana Cohen sono due ebrei ultraortodossi genitori di quattro figlie e di un figlio, proprietari del ristorante Beteavon. Baruch, l’unico figlio maschio, è destinato a studiare da Rabbino, veste allo stesso modo dei suoi antenati in Polonia nel 1700 e si suppone frequenti con assiduità e devozione la yeshiva (scuola talmudica), ma sua sorella Dana, la meschina e pettegola della famiglia, nutre dei dubbi in proposito e non lo perde d’occhio. Il suo scrutinio sospettoso non risparmia nemmeno la sorella minore Shulamit, i cui atteggiamenti da ribelle e libera pensatrice la portano dritta tra le braccia di Ely, figlio di Daud e Channa Abecassis, ebrei sefarditi di origini marocchine, il cui colore della pelle li rende particolarmente invisi a suo padre. Come se non bastasse, sono proprietari del Falafel Gadol, ristorante che sembra escogitare ogni mezzo possibile per fargli concorrenza: dal barare sugli orari di chiusura a corrompere Mustafa, l’arabo che attraversa i checkpoint per vendere i suoi ortaggi, per avere i prodotti migliori o i prezzi più bassi. È proprio durante una delle estenuanti discussioni che nascono ogni settimana quando gli ortaggi vengono consegnati prima all’uno o all’altro che Ibrahim, nipote e aiutante di Mustafà, nota Baruch, pallido, occhialuto e vestito in modo bizzarro, uscire di soppiatto dal ristorante paterno e lo segue. I due hanno in comune l’amore per forme d’arte vietate dalle loro religioni, famiglie tradizionaliste: la musica per Ibrahim, la pittura per Baruch, entrambi hanno padri che guardano il mondo dalla finestra di un ristorante (il Pita e Hummus, nel caso di Ibrahim) e non accettano le idee dei propri figli. La loro amicizia sboccia e si consolida parlando di tutto, nascondendosi sui tetti o frequentando il salotto di Nathan ed Elisheva, sionisti laici che saranno i loro pigmalioni, ma viene messa seriamente in difficoltà dall’intrusione di Davinska, una giornalista americana in cerca di una storia che le porti il Pulitzer e la direzione di una redazione di Seattle. Esposta al mondo, la loro amicizia rischia di finire schiacciata dalla pressioni familiari, dai pregiudizi, dalla necessità di fare delle scelte, ma inaspettatamente la crisi si rivela provvidenziale per il superamento di ostacoli che sembravano insormontabili…

Maria Elisabetta Ranghetti è un’appassionata e ben documentata studiosa del mondo mediorientale, della sua storia e dei suoi conflitti e nel suo Corri più che puoi si intuisce un onesto, cristallino tentativo di divulgare di ciò che sa e di dissipare i pregiudizi. È una storia leggera che non parla di morte nonostante sia ambientata in una terra che ne è intrisa, che smaschera i pregiudizi più radicati rivelandoli per quello che sono, bieca e becera ignoranza; l’autrice sembra voler dire che molto spesso basta accendere una luce nella mente delle persone per dissiparne le ombre più spaventose, i preconcetti più vieti e che non esistono differenze né distanze se non fittizie quando si tratta di esseri umani capaci di comunicare senza affidarsi alle mediazioni della politica. Il testo, come la narrativa della nostra infanzia, ha una morale: una crisi molto spesso ha in sé tutti gli elementi per la propria soluzione, lo scatenarsi di un bisogno o il palesarsi di un pericolo immediato e urgente, consente di accantonare pregiudizi e riscoprire la solidarietà. La storia, punteggiata qua e là da incertezze linguistiche, ha una sorta di sottotesto didascalico e pedagogico che, pur essendo nobile, non basta a rendere il libro un’opera letteraria, a fargli attraversare il ponte che divide la narrativa dalla letteratura.



 

 

 

 
 
 
 

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