Corrispondenze di guerra

Corrispondenze di guerra
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Nel 1904, all’età di ventisette anni, Jack London, che si era già conquistato una certa fama, si imbarca sul piroscafo Siberia alla volta del Giappone e della Corea. La guerra tra Giappone e Russia si sta preparando e il San Francisco Examiner è riuscito ad accaparrarsi London come reporter (“mi ha fatto l’offerta migliore” precisa a un amico London, sempre a corto di soldi). Da Yokohama a Kobe, da Kobe a Nagasaki, Jack tenta disperatamente di imbarcarsi su un vaporetto per raggiungere Chamulpo e poi Seul. Sono le prime pagine di una corrispondenza di guerra, seppur di guerra ne venga raccontata poca: rimangono più impressi (a noi e al giovane London) i portatori di cotone, i venditori di tè alle stazioni, le fotografie scattate e le disavventure con la polizia, il carcere e le ore e ore d’interrogatorio su se stessi e ovviamente sugli antenati, tanto considerati dalle autorità giapponesi. Jack London raggiunge le coste coreane su un’imbarcazione fluviale, impara a cavalcare, viene buttato giù da un cavallo troppo energico e ne compra per sbaglio uno cieco, registra l’avanzare dell’esercito russo e l’ordine dell’esercito giapponese, “Devo ancora vedere un soldato giapponese ubriaco. Non ne ho mai visto uno disordinato o rissoso – e sono soldati”…

“Quando ancora non c’era internet” sarebbe un eccellente sottotitolo per questo reportage: il giornalismo di Jack London è profondamente diverso da quello che conosciamo, lontano dal nudo racconto dei fatti e denso invece di narrativa, una narrativa che in questo caso ha tutti i tratti dei grandi temi dello scrittore. L’avventura innanzitutto, che è quella della vita di London stesso prima di quella dei personaggi dei suoi libri; l’indagine sulla società, quell’interesse che lo aveva già portato a scrivere Il popolo degli abissi; e la ricerca di un significato nelle pulsioni biologiche e nei conflitti raziali. London si cala nella guerra così come si era calato per i sobborghi poveri di Londra, registrando gli umori della gente di strada e lo stupore per una guerra nuova, tecnologica e “di massa”. “Caino non smette di uccidere, ma rimane alzato di notte a progettare il modo di uccidere”, scrive in una delle sue corrispondenze. La fedeltà del report, la narrativa e l’autobiografia si legano così intimamente che è difficile vedere questo volume solo come una raccolta giornalistica, sebbene il valore storico è indubbio. Sarà un libro prezioso nelle librerie degli appassionati di storia, di giornalismo, e ancor più nelle librerie di chi ama Jack London non solo per i suoi romanzi di autentica avventura ma anche per la sua capacità di vedere e indagare le bellezze e le miserie delle società umane.



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