A cosa servono gli amori infelici

Gilberto Severini
È l’estate del 1999, l’ultima del secolo. L’uomo pensava di andare qualche giorno in vacanza, invece gli tocca andare in ospedale perché si accorge di avere problemi cardiaci. A causa di una complicazione deve anche aspettare più del previsto prima di subire un intervento chirurgico. Ma l’uomo sembra prenderla bene, decide di ottimizzare il tempo e fare quello che non è mai riuscito a fare: scrivere. La faccenda è curiosa perché quest’uomo di mezza età di lavoro scrive discorsi per dirigenti e politici locali. Discorsi per tutte le occasioni, infarciti di citazioni dotte che mandano il potente di turno in brodo di giuggiole. Eppure, pur avendo passato la vita chiuso nel suo ufficio a scrivere per un ente semipubblico, l’uomo ha sempre rimandato la scrittura di ciò che per lui era veramente importante. La degenza in ospedale, allora, diventa l’occasione per prendere appunti sulla sua attuale condizione e, soprattutto, l’opportunità di scrivere tre lettere a tre persone che sono state per lui fondamentali nel corso della vita. Un collega d’ufficio al quale racconta gli anni sprecati al lavoro, invidiando i giovani delle proteste studentesche del 68 e vivendo nel disagio di considerarsi “un frammento del sistema da abbattere”. Eppure sarebbe bastato andare a Roma per studiare architettura dopo il liceo, per poter essere uno di quei ragazzi contestatori. Ma l’uomo non lo ha fatto, è rimasto in provincia ostentando distanza e indifferenza per il mondo piccolo borghese dei colleghi d’ufficio e, per questo, isolato e privato di ogni relazione sociale. La seconda lettera la scrive a un prete da cui è stato amato quando era poco più che un ragazzo. L’uomo non ha accettato quell’amore, benché ne fosse lusingato e tormentato al tempo stesso. Nel corso degli anni ha consumato solo rapporti veloci e occasionali in luoghi spesso sordidi, incapace di saper trovare l’amore che potesse mettere assieme passione e intelletto. Per tutta la sua vita adulta ha sentito risuonare nella mente il monito del sacerdote: sai capire i libri, ma non sai leggere i sentimenti delle persone, neppure quando ti riguardano. L’ultima lettera, la più struggente, l’uomo la scrive a un personaggio senza nome, un’entità astratta, forse vera o forse eco di un bisogno di trascendenza. A questo ultimo destinatario lascia le sue parole più belle e sincere…
Gilberto Severini, scrittore schivo e dall’indiscutibile talento, ci ha abituato a prove d’autore eccellenti e anche questa volta non delude le aspettative. La sua scrittura è densa, profonda, velata di un disincanto che non è mai cinismo e di un lirismo che non è mai lezioso esercizio di stile. A cosa servono gli amori infelici, straordinario fin dal titolo, è un romanzo che, nella ricostruzione della parabola esistenziale di un (apparentemente) “uomo senza qualità” ci porta, con sapienza e acume, a riflettere su alcuni snodi del novecento affatto trascurabili. Il ‘68, l’avanguardia teatrale e la contestazione al teatro di parola, l’avvento del computer e la scrittura elettronica. E poi, soprattutto, il tema universale dei desideri fuggiti, degli amori rimpianti e mai più riafferrati. Un libro lucido ma consolatorio, nelle cui pagine (cosa assai rara nella letteratura attuale) si possono incontrare vere e proprie illuminazioni, tanto da fare di questo romanzo una sorta di “sutra” contemporaneo. “È in nostro potere soltanto di non legarsi troppo alle persone, agli animali, agli oggetti, alle trasmissioni di Corrado, ai film della domenica, per sentirne un po’ meno la mancanza nel momento di doversene separare, perché nella vita gli adii sono inevitabili. (…) L’arte di vivere è imparare ad attraversare la foresta degli addii”.

 

 

 

 
 
 
 
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