Cose che il buio mi dice

Cose che il buio mi dice
Alex ha dieci anni, ma non è un bambino come gli altri. Vive a Belfast insieme alla madre Cindy, giovane ragazza madre e piena di problemi. La loro casa è un appartamento vecchio e malridotto, poco accogliente. E abitato da demoni. Sì, perché Alex ci parla costantemente. Il suo più grande amico è Ruen, Rovina. Lui non ha sempre lo stesso aspetto: a volte è un mostro, altre volte è un bambino, oppure assume le sembianze di un vecchio brutto e cattivo. Alex lo teme e lo venera, ne ascolta i consigli, ma a volte lo sente pressante. Ruin gli promette tanto, innanzitutto una casa nuova, la stessa che sogna sua madre Cindy. Spesso è cattivo con Alex, lo rimprovera e si fa beffa di lui. Cindy, d’altro canto, è una madre molto presente ma con tanti disagi. La vita non le piace proprio e, per l’ennesima volta, ha deciso di togliersi di mezzo, collezionando l’ennesima cicatrice bianca sui polsi. Alex ha un istinto adulto di protezione verso la madre, forse troppo per un bambino della sua età. Ruin nel frattempo compare e scompare, gli dice cosa fare e cosa non fare, cosa dire e cosa non dire. Sembra che non gli piacciano molto gli altri esseri umani. Dice di essere un demone di alto livello e ha scelto Alex per rivelarsi. Dovrebbe esserne fiero. Tutto va liscio fino a quando non fa la sua comparsa Anya, valido psichiatra: per lei Alex soffre di un grave disturbo della personalità e va salvato prima che faccia la stessa, terribile, fine della povera Poppy. La sua Poppy. Cosa si nasconde dietro il disagio di Alex? Questo demone, Ruin, che lui dice di conoscere e con cui parla, è solo una proiezione del lato oscuro della personalità o si tratta di una presenza reale e ancora più spaventosa?...
Carolyn Jess-Cooke ci presenta Alex attraverso le parole del suo diario, uno sfogo interiore pieno di immagini e riflessioni su situazioni, cose e persone. Cose che il buio mi dice è un romanzo a due voci: le parole di Alex si accavallano e si alternano a quelle di Anya. Due personaggi che rappresentano due disagi, tanto simili per alcuni aspetti, ed è per questo che il lettore non percepisce il passaggio da un timbro di voce a un altro. I due punti di vista sembrano tanto lontani ma si sfiorano e si confondono. Distinguiamo Alex e Anya, due nomi con la stessa iniziale e due facce della stessa medaglia, solo da un particolare: il diario di Alex inizia sempre con una freddura, spesso macabra e di cattivo gusto, completamente slegata dal contesto e manifestazione di un inconscio disturbato e contraddittorio. Eppure le descrizioni sembrano reali, anche Ruin ha un volto, un odore, un carattere. D’altro canto Anya sembra ancora ben lontana dall’aver superato il dolore per il suicidio della figlia Poppy: la incontriamo per la prima volta immersa negli scatoloni del trasloco, manifestazione esteriore della sua vita ancora da organizzare, confusa e senza radici. Le stesse che ha perso perdendo sua figlia. Dovrà mettere ordine prima nella sua vita se il suo obiettivo sarà quello di aiutare Alex. Dovrà cercare di guardare attraverso i suoi occhi, senza ricercare continuamente una traccia di Poppy. Il linguaggio che l’autrice le affida rimanda continuamente al passato, in un continuo confronto e nel tentativo di superare insieme ad Alex non solo il disagio dato dalla continua compagnia di Ruen, ma anche il suo, quello di Anya. Sembra che la sua vita abbia preso una direzione. Ma il cordone ombelicale con Poppy è ancora ben saldo insieme a una sensazione: è stata colpa sua.

 

 

 
 
 
 
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