Cosmo

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Anni ’60, Polonia. Il giovane studente di Varsavia Witold, in rotta con i genitori dopo una scenata riguardante una non meglio precisata lettera ricevuta, arriva a Zakopane, dove è intenzionato a passare l’estate da solo. Mentre cerca una pensioncina da poco in via Krupòwki, incontra Fuchs, un segaligno coetaneo rosso di capelli, che dice di essere come lui in cerca di una camera e anzi di avere l’indirizzo di una villa che costa meno perché in aperta campagna, ai margini della città. Anche Fuchs è in un certo senso in fuga da qualcosa: l’angoscia che gli mette il suo superiore a lavoro, il signor Drozdowski, che per qualche motivo non lo sopporta e non fa nulla per nasconderlo. I due si mettono dunque in cammino con la noncuranza dei ragazzi sotto un sole cocente. Polvere, sassi, il frinire delle cicale, nessuno per la strada. Spossati dalla camminata i due notano ad un certo punto, in una macchia di cespugli a lato di una strada isolata, un passero impiccato col fil di ferro a un ramo, il capino reclinato e il becco spalancato. A terra un pezzo di lamiera contorta, due stecchi, un cartone strappato, uno scarabeo, formiche, erbacce, eccetera. Perplessi, Witold e Fuchs si rimettono in marcia e poco dopo si ritrovano a costeggiare una casa senza ornamenti, senza balconi, triste ed economica, con una veranda striminzita di legno in stile montanaro. Niente di speciale, se non fosse che sullo steccato c’è attaccato un cartello che dice: Camere in affitto. Dovrebbe costare poco alloggiare in un luogo così fuori mano, i ragazzi sono stanchi del loro peregrinare e provare non costa niente. Bussano. Apre la porta una donna sulla quarantina pettoruta e paffutella, con una strana deformità alla bocca, Katasia, che chiama subito la padrona di casa, la zia: questa – una donna quasi tonda di nome Kulka – spiega che c’è una camera doppia disponibile in pensione completa a poco prezzo. Accompagna i due a vedere la stanza, che è uguale a tutte le stanze del genere, spoglia e con un armadio. Ma sul materasso sta riposando una ragazza, che si rivela essere Lena, la figlia della padrona di casa. I Wojtys si rivelano essere una strana famiglia, dove regna una ambigua complicità: Witold e Fuchs iniziano a pensare che dietro quella quotidianità si nasconda uno schema misterioso, un mistero…

Scritto dal 1961 al 1964 tra Argentina, Germania e Francia, Cosmo è probabilmente il romanzo più celebre (non a caso si è aggiudicato nel 1967 l’International Prize for Literature) e paradigmatico dello scrittore polacco. Come lo definisce il curatore Francesco M. Cataluccio nella sua postfazione: “la tappa finale del percorso narrativo di Witold Gombrowicz, ma anche il tentativo di dar vita a una nuova forma e a un nuovo linguaggio”. E infatti un linguaggio tutto loro parlano i due giovani protagonisti, quella che Rosine Georgin chiamava “la lingua del delirio”. Si improvvisano detective ma la loro “indagine” non ha nulla a che vedere con la logica, con la deduzione. Vedono collegamenti e indizi ovunque: basta una macchia sul soffitto che abbia la vaga somiglianza con una freccia per far loro immaginare uno schema, un filo attaccato a un bastoncino per desumere un complotto, per credersi nell’imminenza di svelare un profondo mistero. Ogni atto od oggetto per loro è connesso a qualcos’altro, in un infinito gioco di scatole cinesi che va solo decifrato ma non è mai messo in discussione. “È un romanzo sulla realtà che crea se stessa”: così Witold Gombrowicz definiva il suo Cosmo. “E poiché un romanzo giallo è esattamente il tentativo di trovare un senso al caos, di organizzarlo, ho usato la forma della detective story”. Manca soltanto l’ingrediente fondamentale della ricerca degli indizi, perché qui tutto è considerato un indizio. Frecce, labbra, passeri morti. Simboli per riflettere sulla natura del significato e sulla realtà: la sveliamo con i nostri sensi o la creiamo? Viviamo nel mondo o nel nostro mondo? Gli schemi e le simmetrie sono reali o illusioni create dal nostro super-Io pescando in un caotico flusso di input sensoriali? La forma – sembra suggerire genialmente Gombrowicz – non racchiude la realtà, ma ogni volta rischia di sostituirsi alla realtà. Cosmo è anche altro oltre a un divertissement filosofico: una celebrazione del desiderio sessuale più nero e contorto (l’ossessione per la bocca deforme di Katasia, il soffocamento, la masturbazione ossessiva e quasi rituale, il feticismo per gli oggetti), una satira sull’istituzione della famiglia. Il compianto Andrzej Żuławski ne ha tratto un film prima di morire, aggiudicandosi il premio per la Miglior Regia al Festival di Locarno nel 2015.



 

 

 

 
 
 
 

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