Cosmofobia

Cosmofobia
Monica, negli anni Ottanta, rifiuta una parte in un film di un noto cineasta spagnolo; Anton, reduce da una delusione d’amore, è il confuso amante di Sonia l’Acida (operatrice in un call center per meno di mille euro al mese) e di Miriam la Mamma (madre di Teo, fan appassionata di Jacques Brel); Amina, fidanzata con Hisham e testimone dei primi pregiudizi islamofobici, frequenta, con Esther e Cristina, la terapia del gruppo di auto-aiuto “Las Positivas”; Susana, la Negra, ex compagna di Silvio e commessa in uno dei più esclusivi fashion store della zona, si invaghisce di Ismael, non ama leggere ma conosce a memoria interi brani del Gabbiano Jonathan Livingstone e del Piccolo Principe. E ancora, Claudia, assistente sociale e responsabile della ludoteca del Centro; Diana, amica di Miriam e ex di David, il cantante, oltre che amore platonico di Alex, l’attore; Elena, alias Poppy; Isaac, compagno di Claudia, la Fata; Héctor, regista famoso e sposo in seconde nozze di Leonor Mayo, attrice tanto bella quanto altera: educatrici, artisti, clandestini, creature della moda, marocchini, arabi, spagnoli, omo e eterosessuali. Filo conduttore e elemento di congiunzione di questo “formicaio che si contrae e si espande come un cuore”, si staglia su tutte la figura di Yamal, il bello e terribile, di nobili origini (figlio di un vecchio ministro del Marocco e di una libanese della famiglia degli Hariri), pittore famoso, proprietario della taverna Encendida e amante sconsiderato, che costruisce la propria carriera in un continuo esercizio di inganni e camaleontiche mutazioni di personalità...
Ambientato nel popolare quartiere madrileno di Lavapies, tra la Puerta del Sol e la stazione di Atocha, il settimo romanzo di Lucìa Etxebarrìa ci trascina in un puzzle multietnico divertente e disincantato. Diciassette storie per più di trenta personaggi che vivono, si amano, si lasciano, si incontrano, senza mescolarsi mai, sullo sfondo di un vecchio liceo riconvertito a centro di accoglienza per donne in difficoltà, dove tutte le figure trovano, più o meno, un’unità spazio temporale. Cosmofobia è un romanzo polifonico, figlio della Madrid dei nostri giorni, che ha quasi la forza di un programma politico. Gli occhi dell’autrice ci insegnano a guardare oltre le differenze per scoprire l’unica legge fondamentale, che cioè, non esiste “la mia verità o la verità dell’altro, ma la mia verità e quella dell’altro. E la violenza non c’entra niente con il fatto che questi ragazzi parlino francese o spagnolo, c’entra solo con la povertà, con la destrutturazione, con la lontananza dalle famiglie”. Noi, come loro, in fondo disorientati dalle identiche mancanze, da amori sbagliati, da occasioni perdute, da scelte avventate e da profondissime fragilità. Loro, più di noi, feriti da un passato che ha ancora il sapore salmastro di quelle “carrette” di disperati in mezzo al mare, giudicati per il colore della pelle, per un accento dissimulato, piagati da violenze coniugali, da carenze affettive e da un destino che avrebbero voluto diverso. Per la sua posizione, la penisola iberica è il punto di giunzione di diversi mondi, ma il multiculturalismo e le sfide imposte dall’integrazione non sono facili in un ambito in cui “le comunità si tollerano, ma non si mescolano”, e i limiti vengono sempre rispettati. Lavapies (una volta enclave ebraica della città) ospita ora 50.000 persone provenienti da più di 80 paesi diversi. E’ il simbolo del Barrio, in una nazione come la Spagna in cui il numero dei residenti stranieri sfiora il 10% dell’intera popolazione. Come una grande madre che tutti accoglie e consola, questo quartiere di Madrid assomma il bene e il male delle attuali generazioni di immigrati: la corruzione, lo spaccio di droghe, la violenza, i furti, le lotte tra clan. Eppure percepiamo un mastice meraviglioso, capace di tenere unita questa moltitudine, un generatore di equilibrio in un melting-pot di razze, costumi, colori che procede guadando difficoltà esistenziali, ascritto legalmente ad una patria, ma empaticamente e per forza dell’istinto fedele ad un’altra. Con la stessa ordinata follia che accompagna i film di Pedro Almodovar, con la stessa tenerezza che ne segue gli sfortunati destini, l’autrice (conosciuta e apprezzata in Spagna, come “la scrittrice”, tout court) ci diverte senza pietismo, gettando piuttosto uno sguardo di umana comprensione su questo universo eterogeneo che è l’umanità apolide che la circonda. A Lavapies, dove la stessa Etxebarrìa, vive con la figlia, troviamo la chiave del mondo che sarà, ma che ancora non è; è lì che possiamo, per un attimo, sederci ed ascoltare le note di quel sogno di libertà e amore che John Lennon tradusse così: “Imagine there’s no country…….and the world will live as one”. Una sfida per il nostro domani che è anche un messaggio di speranza, una celebrazione della vita nelle sue molteplici sfaccettature, un mosaico affascinante che commuove e disorienta il lettore, ma gli fornisce anche la via più breve per arrivare alla consapevolezza dell’”altro”. E alla sua definitiva accettazione.

 

 

 

 
 
 
 
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