Costellazione familiare

Costellazione familiare
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Se avesse potuto scegliere un destino benevolo, Rosa avrebbe di sicuro voluto essere orfana. Senza padre né madre la sua vita non avrebbe avuto quelle connotazioni di sofferenza ed ingiustizia che ne hanno caratterizzato soprattutto gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza. Ma Rosa ha un padre, una madre, una sorella nata qualche anno prima di lei, e cani che si succedono nel tempo come ospiti referenziatissimi in una magione di campagna che sembra più una topaia che una villa per benestanti. Sua madre Raffaella, nata nel 1926 sotto il segno dell’Aquario è di una bellezza disarmante, “contessina di alto lignaggio”, viene educata da una istitutrice tedesca che nel tempo le trasmette l’orgoglio e l’austerità tipica delle bambine tedesche. Procrea solo per non deludere le aspettative del rango ma in realtà non ha alcuna inclinazione per il ruolo di madre: Rosa è piuttosto educata come un cane, nessuna smanceria, piccoli, esigenti comandi, disciplina rigida, vita ritirata, ripetuti digiuni e un’eredità familiare pesante come un macigno. Sorte migliore tocca invece alla sorella Fran, detta la bella, che emigra presto al nord per studiare, accasarsi ed esercitare la professione di astrofisica. Dopo la morte del padre in un incidente d’auto, Rosa comincia ad augurarsi che anche la madre e il canetto Leporì, succeduto al più mansueto Pipìa e al carlino Pompeo, possano presto morire per consegnarle in sorte un futuro meno odioso. Ma Raffaella ha una tempra teutonica e non demorde, madre, figlia e cane si trasferiscono in una casa con giardino ai margini delle campagne umbre, lì, senza lavoro e in una specie di esilio forzato dalla società, Rosa trascorre le sue giornate, diventa una lettrice onnivora, va nei campi a raccogliere cicoria e si occupa del cane, seguendo gli ordini impartiti dalla regina madre. In un’esistenza ai limiti del tollerabile, la sorte cambia, Raffaella si ammala gravemente e Rosa si vede costretta a sfiancanti andirivieni tra ospedali e centri di riabilitazione per assistere l’anziana e la casa di campagna per accudire Leporì. Qualcosa dentro di lei comincia a mutare, i ruoli si invertono, i bisogni trovano orbite diverse da percorrere e alla fine Rosa capirà che l’amore può avere infinite sfaccettature tutte ancora da scoprire…

Torna Rosa Matteucci e lo fa in grande stile, con il suo settimo romanzo in ordine di apparizione (quarto per Adelphi), immensa saga familiare di evidente matrice autobiografica. L’autrice non cambia i nomi, non confonde il lettore, tutto è chiaro sin dall’inizio: Rosa, la “bambina-cane” è la Matteucci stessa, Raffaella, la “madre-padrona”, Fran, la sorella bella e fortunata, tutto corrisponde, luoghi, circostanze, passato e presente. Il titolo prende spunto da una pratica parapsicoterapeutica teorizzata da Bert Hellinger ma mai riconosciuta come valida negli ambienti scientifici di riferimento, quella delle “costellazioni familiari”, vale a dire una rappresentazione che si svolge con persone estranee che permettono al “paziente” di osservare le diverse dinamiche della propria vita dall’esterno, innescando così un processo di autoanalisi che consente al diretto interessato di andare alla radice di alcuni dei suoi comportamenti. Ed è anche l’escamotage letterario che la Matteucci utilizza per far sì che la protagonista, nel corso di un seminario a tema, intraprenda un viaggio potente nella memoria, per mettere a nudo gli aspetti più intimi e grotteschi della propria storia personale. Se già in Cuore di mamma, pubblicato nel 2006, le dinamiche madre-figlia erano venute alla luce in tutta la loro portata, qui, pur nell’eterno conflitto che pare contestualizzarle, accade però il miracolo della rappacificazione e del fatale ricongiungimento. Rosa impara sin da bambina ad amare ciecamente la madre senza mai giudicarla, la ama perché ne capisce i limiti e le barriere oltre le quali non le è possibile svalicare. È un amore che almeno all’inizio si impasta con l’odio in un crescendo di fallimenti che si contendono negli anni “l’ex aequo dell’orrore”. Il “carro del trionfo non è mai passato” per Rosa, l’educazione che le è stata impartita prevede digiuni, umiliazioni, dolore. Una specie di addestramento dalle sembianze inumane, quindi, in cui i cani rimangono “l’unico tramite” tra madre e figlia, “una risicata passerella di corde gettata tra due impervie ripe sentimentali”. Anche quando Raffaella si ammala, prendersi cura del piccolo Leporì diventa per Rosa il compito principale, un dovere imprescindibile che la spinge a sacrificare ogni cosa. Rimasta ormai sola nella casa di campagna, si rende conto che la lotta per la sopravvivenza resta ormai soltanto sua, scissa tra una vita che non le è mai realmente appartenuta e il lento declino ospedaliero della madre che, “stremata e incapace di difendersi”, compie ripetute discese agli inferi e ritorno. Sono le pagine più belle quelle in cui ci si interroga sulla giustizia morale di tanto soffrire, in cui l’impotenza di una figlia di fronte al disfacimento del corpo materno riaccende la fiammella solo un po’ sopita di un legame da cui non si riesce a prescindere. Al termine di quel cammino, segnato da infinite domande e ancor più numerosi silenzi, arriva il momento della consapevolezza e del perdono. Si mettono via i ricordi, le immagini da conservare per quando la sottrazione lascerà il posto alla dolcezza della malinconia. Si capisce finalmente il senso di una commedia umana recitata fino all’ultimo che squarcia cieli di gratitudine, per quello che rimane, per tutto ciò che ritorna dopo aver varcato i cancelli scomodi di un paradiso canino in cui si rincasa dopo tanto viaggiare. La prosa fin qui ironica, tagliente, cruda e impietosa lascia spazio a parole nuove che profumano di dolcezza e sono ovunque pervase da grazia e riconoscenza inaspettate. “Sono tua madre, tu sei mia figlia”, questo è il premio, la vittoria di cui andare fieri, l’unica cosa che valga davvero, perché ci vuole coraggio per essere delle buone madri e altrettanta umiltà per cercare di essere delle brave figlie. Provarci è un dovere, difficile, disumano a volte, ma resta un’opera grandiosa che getta ponti e costruisce dighe senza stancarsi mai e senza che sia mai scritta la parola fine.



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