Country Dark

Country Dark
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Primavera 1954, Ohio. Tucker cammina nella nebbia. È stanco, è in viaggio da ore. Per fortuna riesce a rimediare un passaggio da un reduce della seconda guerra mondiale: taciturno per tutto il tragitto percorso assieme, l’uomo scarica Tucker nei pressi del Ripley Bridge. È da lì che ora il ragazzo osserva l’altra sponda del fiume, “la terra verde e turgida del Kentucky”, la sua casa dalla quale è partito all’inizio dell’estate scorsa per andare a combattere una guerra non sua. È stata “la guerra di Truman, non di Tucker, ma lui aveva ucciso ed era stato quasi ucciso, e aveva visto uomini fatti che tremavano di paura e piangevano come bambini”. In tasca la paga di quattrocentoquaranta dollari e le undici medaglie ricevute in fondo allo zaino, Tucker attraversa il ponte e mette finalmente piede sulla terra che solo adesso capisce quanto gli sia disperatamente mancata. Accetta un altro passaggio su un pick-up sgangherato che percorre la strada che risale il fiume, grato per quell’improvviso caldo primaverile, che è un vero e proprio balsamo dopo il crudo inverno coreano. Scende e si inoltra nel bosco, mangia un boccone e finalmente – sdraiato sulla schiena – osserva la distesa del cielo notturno. Dio, come gli è mancata quella vista! Quando la mattina seguente riprende il suo viaggio verso casa, si imbatte in una scena insolita. Un uomo rincorre con la sua Chevy una ragazza che fugge disperatamente lungo la strada sconnessa...

Country Dark è il colore nero del cielo che si può vedere solo in campagna, lontano dalle luci della città. Al buio, distesi a terra sui prati, è possibile ancora ammirare le stelle e assaporare la solitudine. Ma buie sono anche le vite che ci racconta Chris Offutt; persone ai margini della società, quelle che alcuni definirebbero white trash: bianchi, poveri, schiavi di alcol o droghe, e spesso capaci di esprimersi solo attraverso la violenza. Così è la vita di Tucker, giovanissimo reduce della guerra in Corea, cresciuto povero e “vissuto separato dalla gente elegante”, che incrocia sul suo cammino Rhonda il giorno in cui la sottrae ad un tentativo di stupro. Due solitudini che si fondono nel desiderio comune di costruire qualcosa di buono, di metter su famiglia e, in qualche modo, di salvarsi a vicenda. In mezzo: il Caso che sembra accanirsi su i due giovani, la condanna di Rhonda – come se non bastasse già l’estrema povertà – a partorire solo figli morti o colpiti da gravi menomazioni ad esclusione della primogenita che, cresciuta in fretta suo malgrado, aiuta la madre nelle pesanti incombenze domestiche; e ancora, gli assistenti sociali, le attività illecite di Tucker che fa di tutto per onorare l’impegno di mantenere la propria famiglia (“Tornai a casa dalla mia famiglia, deciso a portarla al più presto a vivere nel Kentucky, che per me era un secondo paradiso; a qualsiasi prezzo, anche a costo della vita” scrisse l’esploratore Daniel Boone, ricordato da Offutt all’inizio del libro). Eppure, nonostante Tucker e Rhonda non siano degli stinchi di santo, nonostante non percorrano sempre i binari definiti della legalità, noi non possiamo che sentirci intimamente vicini a loro, amarli (come li ama Offutt), soffrire osservando la loro disperata ricerca di un riscatto, fosse costituito anche solo dal non andare in galera o dal godere di un piccolo istante di felicità. Coprotagonisti d’eccezione: il paesaggio, il Kentucky di Nelle terre di nessuno, le colline ricoperte di boschi e abitate da animali che Offutt ricorda ancora con nostalgia: “La comunità nella quale sono nato” ha raccontato in una recente intervista a Luca Briasco “ conta non più di duecento abitanti. Si trova nei Monti Appalachi. Le strade sono quasi tutte sterrate e le case sono collegate da sentieri che attraversano i boschi […] Conoscevo tutti. Ero libero, e al sicuro. […] Quelle colline ricoperte di boschi hanno fatto di me ciò che sono”; e la prosa, asciutta, incisiva, capace di tenerci incollati alle vicende di Tucker e Rhonda e di farle diventare, in fin dei conti, anche un po’ nostre.



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