Crash

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Elizabeth Taylor è uscita illesa per miracolo da un bizzarro incidente stradale: l'automobile guidata da un certo Vaughan ha puntato quella in cui si trovava l'attrice, avventandosi come il caccia di un kamikaze, ma l'ha solo sfiorata, ha sfondato il parapetto del cavalcavia dell'aeroporto di Londra ed è precipitata da molti metri sul tetto di un autobus, sfondandolo. Il guidatore ha perso la vita nell'urto, e ci sono stati diversi feriti tra i passeggeri dell'autobus. Nelle ultime settimane di vita Vaughan non aveva fatto altro che fantasticare sulla morte della Taylor: le pareti dell'appartamento in cui viveva erano tappezzate di foto della diva hollywoodiana scattate di nascosto col teleobiettivo, di fotocopie di “particolari ingranditi delle ginocchia e delle mani di lei, dell'interno delle cosce e dell'apice sinistro della bocca”, accostati a figure tratte da manuali di Chirurgia plastica. A quanto pare l'uomo  sognava di morire assieme all'attrice in un'orgia di lamiere contorte, fratture, sangue e altri liquidi organici. Non era nuovo a queste fantasticherie morbose: “per Vaughan scontro automobilistico e sessualità s'erano uniti in un matrimonio definitivo”. Tra i primi ad accorrere sul luogo dell'incidente c'è James, un pubblicitario e sceneggiatore che da qualche tempo è complice, amante e vittima di Vaughan. Contemplando il cadavere illuminato dalle luci intermittenti dell'ambulanza e della polizia, James ripensa a come ha conosciuto quell'uomo enigmatico. Tutto era iniziato quando - di ritorno dal suo ufficio, presso gli studi cinematografici di Shepperton - James aveva avuto un gravissimo incidente stradale. La sua auto, senza controllo, aveva centrato in pieno una berlina con a bordo una giovane dottoressa col marito, un ingegnere chimico. L'uomo era stato scaraventato fuori dal parabrezza ed era morto dissanguato. Intrappolati nelle rispettive lamiere e feriti, James e la donna erano rimasti a guardarsi mentre la gente si affollava attorno alle carcasse delle auto aspettando i soccorsi...

È evidente sin dalle prime pagine che il romanzo di James Ballard utilizza la simforofilia (cioè la perversione sessuale di chi prova piacere contemplando - o vivendo, o fantasticando di vivere - catastrofi e incidenti) come una metafora, per la precisione una metafora politica e sociale. Lo scrittore britannico ce l'ha con l'immaginario collettivo di un secolo di “possibilità illimitate” in cui la morte del sentimento “ha spianato la strada a tutti i nostri piaceri più concreti e delicati, quelli delle delizie del dolore e della mutilazione; (…) della libertà morale di attendere alla nostra psicopatologia come a un gioco; dell'apparente illimitatezza delle nostre capacità di concettualizzazione”. Beninteso, si tratta di un libro di quasi cinquant'anni fa: il futuro di Ballard è oramai il nostro passato, e le sue automobili sono per un lettore di oggi non simboli di modernismo, bensì reperti vintage fatti di lamiere e cuoio, senza cinture, airbag o ABS. Ma la carica eversiva di quello che il suo autore definiva “il primo romanzo pornografico basato sulla tecnologia” rimane intatta, anche se nessun critico del XXI secolo si sognerebbe di scrivere - come fece D. Keith Mano sul  New York Times Book Review del 23 settembre 1973 - che Crash è “il più repellente libro nel quale mi è mai capitato di imbattermi”, e nessun consulente di una casa editrice si permetterebbe di annotare sul manoscritto “Autore oltre ogni possibilità di aiuto psichiatrico, non pubblicare!”. L'avvolgente, totalizzante, ossessiva sessualizzazione di ogni atto e pensiero dei protagonisti, che non fanno altro che cercare di soddisfare la loro voglia di orgasmi e distruzione, il ricorso a un linguaggio molto crudo e a situazioni erotiche - etero ma anche omosessuali - perlomeno inconsuete (feticismo delle ferite e delle cicatrici, per dirne una: non stupisce che David Cronenberg ne abbia voluto trarre un controverso film) e l'atmosfera rarefatta e surreale, quasi da thriller psicologico, rendono però Crash tutt'altro che rassicurante, pur nel suo status di capolavoro istituzionalizzato. On the road, ma per davvero.



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