Cristo si è fermato a Eboli

Cristo si è fermato a Eboli
Torino, 1943. Carlo Levi, origini ebraiche, famiglia borghese, medico e intellettuale, da tre anni iscritto al movimento “Giustizia e Libertà”, viene arrestato per antifascismo e mandato, come spesso succedeva, al confino in quello che, seppure in territorio italiano, era uno dei posti più lontani (e non solo geograficamente) disponibili: in Lucania, prima a Grassano, vicino al confine pugliese, e a Matera, poi per il periodo più lungo nell’entroterra, ad Aliano o Gagliano, secondo la pronuncia dialettale del luogo. L’impatto è scioccante: la terra sembra arsa e inospitale e il tipo di rapporti sociali, credenze e abitudini con cui il torinese si trova a fare i conti è qualcosa di mai visto nè immaginato. Medici a ragione definiti “medicaciucci” per la scarsa conoscenza e abilità nel loro lavoro, il podestà Magalone, più incline a controllarlo per motivi di doppiezza e di potere personale che per la condanna antifascista; i pettegolezzi maligni ma utili di donna Caterina, la vedova presso cui ha dovuto soggiornare all’inizio del confino; l’arciprete Don Trajella, una volta uomo di cultura e fede ma ormai completamente frustrato e abbrutito dalla vita di paese; la conturbante Giulia, la domestica “strega” (perchè madre e non sposata): occhi neri da lupa, corpo sinuoso ad anfora e per quanto intelligente, con una fede cieca in un sistema di credenze (monachicchi, spiritelli e quant’altro) da medioevo. Passeggiare con il suo cane Barone, fino al limite a lui consentito, il cimitero e dipingere, sembrano le uniche ancore di salvezza per un Carlo disperato da una situazione così desolante: quasi alla fine dei due anni di esilio però, un breve viaggio a Torino per un lutto familiare, lo rende consapevole di aver ormai cambiato prospettiva e imparato, se non ad amare, a comprendere la sua nuova, provvisoria realtà…
Il libro di Carlo Levi, scritto anni dopo l’esilio è giustamente considerato un capolavoro (tardivo) del filone realista ma molto spesso non si riesce ad andare oltre questa definizione. Certo, la minuzia documentaristica (memorabile la descrizione della visita alla “dantesca” Matera) con cui l’autore ricostruisce fedelmente la miseria, la desolazione, l’arretratezza culturale  in cui versava una delle terra più isolate e povere di un già povero mezzogiorno raggiunge livelli chirurgici. Quello che si tende a trascurare è però la doppia anima che pervade le pagine di questo libro, scritte dal Levi artista e pittore.  Le descrizioni di paesaggi e personalità hanno lo stesso tratto pastoso e struggente dei dipinti lì realizzati e che attingono da una tavolozza umana e naturale ricchissima che spazia dall’ocra della terra brulla e arsa dal sole, al nero profondo degli occhi di Giulia che non era facile cogliere data l’ostilità e la drammaticità dell’esperienza . E soprattutto la sensibilità culturale da cui nasce un titolo che non si riferisce soltanto a una mancanza di “modernità” di servizi o di alfabetizzazione ma restuisce l’idea di un posto ancora immerso nel suo peccato originale di credenze ancestrali sicuramente un pò inquietanti forse, ma spesso meno crudeli e false di quelle in voga nei luoghi in cui è arrivata una presunta redenzione 

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