Cronache di principi e viandanti

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950 dopo Cristo. All’inizio tutti hanno pensato fosse colpa del merlo indiano. Quell’uccello sbalordisce i viaggiatori del caravanserraglio da anni per la sua cultura in insulti, ma quella lunga e articolata frase in greco con cui un gigantesco guerriero africano di mezza età è stato accusato di mangiare “con la stessa ingordigia di carogne che ci si può aspettare dalla progenie bastarda di un avvoltoio pelato e una scimmia di Barberia” è tutto sommato troppo lunga e complessa per essere uscita dal becco di un merlo. L’africano non sembra averlo pensato nemmeno per un attimo. Si gira lentamente, mentre nella taverna le voci si smorzano una ad una e scende un silenzio gravido di minaccia, poi con un movimento felino scaglia una sorta di rozzo coltello. Verso il merlo? No, infatti: verso un tizio biondo slavato, un Franco dall’espressione tetra, giunto a cavallo dalla sua terra nebbiosa. La lama si infila nel cappello dell’uomo, glielo strappa di testa e portandolo con sé si conficca in un palo. L’uomo guarda l’africano, poi il cappello, poi di nuovo l’africano. Si alza, svelle il coltello dal legno, lo restituisce al proprietario con fare insultante e gli dà appuntamento fuori dalla locanda per regolare la questione. Un duello! Tutti sciamano fuori eccitati, mettendosi in circolo attorno ai due contendenti. Lo smilzo Franco sfodera una specie di spada simile a uno spiedo, l’imponente africano rotea una enorme ascia bipenne vichinga. Quasi tutti scommettono sul guerriero dalla pelle nera. L’oste raccoglie i soldi, eccitato. I due si fronteggiano a lungo, si studiano, si feriscono superficialmente ma senza mai affondare colpi letali. La gente inizia a borbottare, l’africano d’improvviso carica come un toro, il Franco con agilità si scansa all’ultimo momento e trafigge nel fianco l’avversario con il suo spiedo: il gigante crolla a terra, immobile e insanguinato. Gli stallieri trascinano il grande corpo fino a una stalla in disuso oltre le mura del caravanserraglio e lo coprono con una vecchia pelle di cammello. Il Franco rientra nella locanda, rifiuta le pacche sulle spalle e gli inviti a bere, mangia una cena frugale e poi si congeda. Passa per la stalla, dove lo aspetta l’africano, vivo e vegeto: i due – che si chiamano Zelikman e Amram – sono compari, con questi finti duelli e la complicità di chi di volta in volta organizza le scommesse si guadagnano da vivere. Ma stavolta qualcuno li ha visti e ha capito il loro gioco. Un vecchio persiano con un grumo di carne cicatrizzata al posto dell’occhio destro e un sogghigno curioso: è un ammaestratore di elefanti, e viaggia in compagnia di un enigmatico ragazzo khazaro…

Un Chabon che non ti aspetti. Due compagni di ventura fascinosi e tormentati – un medico nord-europeo a cui sono state massacrate madre e sorella e un soldato abissino a cui è stata rapita la figlia – entrambi ebrei, che viaggiano sulla Via della Seta nel medioevo e vengono coinvolti in una intricata lotta per il potere in Kazakhistan che ha al centro un giovanissimo erede al trono dalla ambigua sessualità. Ecco in poche parole il plot di questo breve romanzo apparso originariamente a puntate sul “New York Times” dal 20 gennaio al 6 maggio 2007. Michael Chabon decise di scrivere questo libro affascinato – come ha spiegato lui stesso – dalla storia dei Khazari, una popolazione caucasica che nel VII secolo dopo Cristo si convertì in massa alla religione ebraica: secondo alcuni studiosi “eretici” questo strano fenomeno fu causato da un enorme afflusso di profughi ebrei provenienti dai regni limitrofi e quindi rende questo popolo e questa terra “un altro Israele” colpevolmente sottovalutato dal movimento sionista. Attorno a questo spunto l’autore, Premio Pulitzer 2001, costruisce con la sua prosa elegante un classico romanzo picaresco senz’altro gustoso ma dal sapore artificioso. Il lettore ha vivida l’impressione che si tratti di una sorta di divertissement e questo toglie energia alla narrazione, che nel caso del romanzo di genere non può mai derogare da una robusta, robustissima dose di sospensione dell’incredulità.



 

 

 
 
 
 

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