Cujo

Cujo

Joe Camber, meccanico di Castle Rock, abita alla Seven Oaks Farm assieme a suo figlio Brett e sua moglie Charity, una donna rassegnata ai modi rozzi e violenti del marito e terrorizzata dalla possibilità che il figlio ne segua le orme. Nel grande cortile dell’officina di Joe scorrazza Cujo, il cagnolone di Brett, un enorme San Bernardo solitamente docile e amichevole con tutti, che da qualche giorno sembra fiacco e inappetente. In realtà lui si sente un CANECATTIVO da quando il suo testone è rimasto incastrato dentro quella maledetta tana e uno di quei pipistrelli là sotto gli ha dato un morso. Ha provato a bagnarsi il muso al ruscello ma la ferita brucia, e fa male. Pessima idea davvero, lanciarsi all’inseguimento di quel coniglio. Dall’altra parte della città, anche i Trenton hanno le loro belle gatte da pelare: Donna è insoddisfatta (e si consola con Steve Kemp, stupido maestro di tennis) e ha maldigerito il trasferimento dalla vivace New York al sonnolento Maine quasi impostole dal marito Vic; quest’ultimo è proprietario col suo amico Roger di un’agenzia pubblicitaria, ed è a caccia di un contratto miracoloso per poterne risollevare le sorti incerte. In più il loro figlioletto di quattro anni, Tad, giura di vedere ogni notte un mostro dagli occhi rossi affacciarsi all’anta del suo armadio a muro e minacciarlo di morte. Da bravo papà, Vic rimedia inventando e recitando con lui una simpatica “Formula Antimostro”, una filastrocca che anche Donna ha promesso di imparare; suo marito infatti si sta per assentare per lavoro, e riesce a strappare alla moglie anche un'altra promessa a cui tiene, quella di portare la sua Pinto scassata da Joe Camber per un controllo…

Capolavoro è una parola forse troppo abusata, ma non si esagera definendo Cujo in questi termini: correva l’anno 1981, e in quel periodo erano soprattutto l’alcol e le droghe ad aiutare il Re nel concepimento dei suoi mostri. E questa volta il mostro è reale: niente vampiri né ragni giganti, e nemmeno entità diaboliche in sella a carrozze infuocate. Il male è vicino a noi e alla nostra quotidianità, il nostro amico più fedele che si trasforma in spietato assassino. La rabbia contratta da Cujo è la metafora, terribile quanto geniale, con cui Stephen King affronta il tema principale del romanzo, ossia le tensioni che minacciano il delicato equilibrio della famiglia: dal rapporto tra i coniugi a quello con i figli, che come spugne assorbono il disagio e lo manifestano nei modi più disparati. Una storia perfetta, profonda e commovente, in cui la tensione viene portata ai massimi livelli. Tenete vicino a voi un fazzoletto, ne avrete bisogno quando scenderete stremati dall’afoso abitacolo della Pinto. Discreto il successo della versione cinematografica del libro (1983), dal titolo omonimo e abbastanza fedele tranne che nel finale: al botteghino si sono incassati qualcosa come ventuno milioni di dollari, a fronte dei “soli” cinque spesi per la produzione. Il regista Lewis Teague pare abbia avuto il suo bel daffare col divo a quattro zampe che impersonava Cujo, talmente buono che per farlo sembrare rabbioso ha escogitato l’espediente, forse poco simpatico, di legargli la coda e strattonarlo. Già dal 2013, Lang Elliott sta lavorando al remake del film di Teague (lanciato dalla stessa Sunn Classic Pictures che lo produsse all’epoca), ma anche se vige il più assoluto mistero sui dettagli della trama, basandosi sul titolo - si chiamerà infatti C.u.j.o, acronimo di Canine Unit Joint Operation – si intuisce però che la nuova pellicola sarà molto diversa dal romanzo di King.



 

 

 

 
 
 
 

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