Cuore cavo

Cuore cavo

Il 23 luglio 2011 Dorotea Giglio, una ragazza catanese di venticinque anni, decide di indossare il suo vestito migliore, quello rosso sbracciato, e si suicida tagliandosi le vene nella vasca da bagno. «Le dita lessate strette sul rasoio di plastica, gli occhi puntati sul blu delle vene, trafissi il polso destro: errore. Riprovai: errore. La nausea mi inondò la gola. Al terzo tentativo sentii una scossa profonda salire da sotto la pelle, investire il corpo intero, invocare tutta una serie di ambulanze dell’organismo». Dorotea soffre molto, anche se, all’apparenza, conduce una vita più che normale per le ragazze della sua età: esce con le amiche, studia alla facoltà di biologia, suona il violino e lavora in una cartoleria vicino casa. Sua madre Greta, per fuggire agli incubi del passato, beve molto e frequenta una moltitudine di uomini diversi, che molto spesso porta in casa per le sue scappatelle consolatorie; il padre Dorotea non l’ha mai conosciuto, anche se le è stato detto fosse presente ai festeggiamenti del suo terzo compleanno, giorno che la ragazza non accetta di aver dimenticato. Da quando, ancora adolescente, Greta è rimasta vittima di un doloroso episodio familiare, la sua vita, e con lei anche quella della sorella Clara, non ha mai trovato pace: da lì la sua incapacità di amare e ascoltare una figlia nata da uno sconosciuto e sofferente di un dolore acuto e assordante tanto quanto il suo…
Leggendo la semplice trama, il libro di Viola Di Grado può sembrare una triste vicenda come tante: peccato che a raccontarci l’intera storia della sua vita, e parte di quella della madre, sarà la stessa Dorotea dopo il suicidio. La Di Grado ci presenta, infatti, una lucida narrazione di una vita dopo la morte: emozioni, rimorsi, solitudine, innamoramenti (pre e post mortem), abitudini, e tutto ciò lo fa senza risparmiarci un minuzioso, e talvolta riluttante, racconto della decomposizione del proprio corpo, che ogni tanto va a trovare al cimitero, da sola o in compagnia. La morte, in questa descrizione di Viola Di Grado, pare costringerci ad affrontare gli stessi problemi che ci presenta la vita, e la crudeltà dell’esistenza pare non abbandonarci neanche dopo il grande passo: «Dentro la bara, soffro come se la solitudine fosse ancora rimediabile. Come se mio padre potesse tornare da un momento all'altro a rimboccarmi la pelle rimasta...». La giovane autrice, che per vari aspetti ci richiama la figura di Amélie Nothomb, riesce in un intento veramente molto difficile, ovvero ci parla di morte e di decomposizione senza mai sfociare minimamente nel pulp: forse è merito del ritmo serrato, della scrittura così densa di letteratura, degli accostamenti azzardati che ti catturano e ti si fissano nella mente, della dolcezza della figura di Dorotea, giovane e debole donna in balia dei turbamenti di quelli che non verranno mai compresi. La realtà che ci presenta la Di Grado, nonostante a raccontarsi possa sembrare crudele e senza scampo, non è comunque priva di speranza e l’autrice ci presenta la vita dopo la morte come un lento processo di trasformazione (per molti aspetti riconciliatore) e non come un passaggio brusco e definitivo, indubbiamente vicino alla nostra cultura occidentale. 

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER