Cuore criminale

Cuore criminale

Roma. Autunno 1947. Bruno Astolfi è il detective dei divi, ormai lavora sempre a Cinecittà. Dopo qualche anno di fidanzamento da meno di sei mesi si è sposato con Elena, l’ex compagna del fratello Luigi, esule che perse la vita in Spagna nell’estate del ’38 (dalla parte giusta), che ha già una figlia, l’ormnai tredicenne Anna. I neo coniugi vivono in via Gregoriana (vicino Trinità dei Monti) al piano sopra l’atelier di moda di lei. Lui ha un secondo appartamento di 60 mq adiacente all’ufficio dell’agenzia d’Investigazioni in via Piemonte. Bruno tirava di boxe con successi agonistici fra dilettanti (ora gli fa spesso comodo), giocava a tennis amatoriale, era poliziotto finché fu radiato dai ruoli del Ministero degli Interni (per non essere iscritto al Partito Nazionale Fascista) a causa della denuncia di Vito Patanè, ora superficiale commissario capo della squadra Mobile. Di origini pratesi, ex collega di Ginnasio di Malaparte, Bruno piace molto alle donne (e ogni tanto ci prova), gira con una Lancia Aprilia, fuma Camel, beve fernet continuamente e ovunque (solo o aggiunto a ogni altro intruglio, a stomaco pieno o vuoto). Sul set del film Cuore, tratto da De Amicis, mentre Coletti dirige e De Sica e Mercader (fra gli altri) interpretano, sono state trovate delle polizze appartenenti a una contessa, figurante del film, poi rinvenuta strangolata nella villetta dei Parioli (dopo una sodomizzazione forse consensuale). Seguono altre morti (subito la sarta), attentati, effrazioni, incendi, mercato di foto porno, finché Bruno capisce. E rischia ancora…

 

 

Il mitico grande regista Umberto Lenzi (Massa Marittima, 1931) iniziò nel 2008 a narrarci le peripezie gialle e cinematografiche di Astolfi, prima avventura ambientata nel novembre 1943. Ora è giunto alla sesta avventura, gli stabilimenti di Cinecittà sono stati ormai restaurati e riaperti sulla Tuscolana, teatri e studi di posa hanno ripreso piena operatività, Cuore fu davvero il primo film lì girato nel dopoguerra. La serie si ispira con garbo al Toby Peters di Stuart Kaminsky (più sfigato l’americano), testo in prima persona, incontro con personaggi famosi reali (non solo nel mondo del cinema: qui fra gli altri Andreotti, Mitri, Pratolini e il comizio di Togliatti), mille citazioni e rimandi. Il giallo è simpatico, delicata la parodia letteraria, precisa la ricostruzione produttiva dei film, documentata l’invettiva sociale (ora non più solo antifascista), deliziose ed esagerate le macchiette. Da vari altoparlanti si ascoltano tutte le canzonette in voga al tempo, almeno una quindicina, da Claudio Villa a Natalino Otto, da Rita Hayworth a Glenn Miller, le parole intrecciate con la vicenda. Il fatto è che le avventure successive alla prima risultano sempre meno efficaci, i dialoghi appaiono un poco ripetitivi, per quanto l’adrenalina già fosse riconoscibile si perde lo smalto iniziale se si fa il verso sempre alle stesse realtà e comunità. A Vicolo del Cinque c’è un ottimo falsario. Gran cena casalinga di pesce con Prosecco di Valdobbiadene; al ristorante di Fiumicino zuppa di mare con Vermentino sardo. Ma anche Pommery e Cordon Rouge (lo stressante viaggio di nozze era stato a Parigi).



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