Cuore di tenebra

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Il “Nellie” ha appena gettato l’ancora alla foce del Tamigi. La marea si è alzata, non c’è vento. L’equipaggio dell’imbarcazione è costituito da un gruppo di amici. Uomini molto diversi tra loro: li unisce solo la passione per il mare. Per vincere la noia di quella pausa nella navigazione, qualcuno propone di giocare a domino. Ma le tessere d’avorio rimangono a terra, inutilizzate. Gli amici se ne stanno immobili, a pensare e a guardare il fiume. A rompere il silenzio è Marlow. Pensa a voce alta, cerca di immaginare cosa debbono aver provato i Romani quando risalirono quello stesso fiume secoli fa, diretti verso l’ignoto. Verso la tenebra. Poi, una pausa. Marlow lancia un’occhiata alle tessere d’avorio. E con voce esitante inizia a raccontare una storia, un episodio accadutogli quando era “marinaio d’acqua dolce”, anni prima. Era appena tornato a Londra da navigazioni in tutto il mondo e cercava un impiego. Venuto a sapere che sua zia conosceva un “pezzo grosso” della Compagnia commerciale del Continente che gestiva la navigazione su un enorme fiume africano, l’aveva esortata a raccomandarlo e la donna aveva accettato di buon grado. Pochissimi giorni dopo, l’impiego era suo: uno dei comandanti della Compagnia era stato ucciso dagli indigeni durante una bizzarra lite e andava sostituito prima possibile. Partito da Londra, si era recato a parlare con i suoi nuovi datori di lavoro in una città europea che lo faceva “sempre pensare a un sepolcro imbiancato”. E poi a bordo di un piroscafo francese: destinazione, l’Africa…

Basato largamente su esperienze dirette dello stesso Joseph Conrad, che nel 1890 aveva lavorato su un battello lungo il fiume Congo per una compagnia commerciale belga, Cuore di tenebra uscì in tre parti nel 1899 sul “Blackwood’s Magazine” e solo nel 1902 in volume, peraltro in un’antologia. Sebbene si tratti di uno dei libri più celebri, ammirati e studiati a livello accademico della storia della Letteratura, fu quasi ignorato dalla critica e considerato un’opera minore, persino dallo stesso Conrad. A Cuore di tenebra si imputava all’epoca della prima pubblicazione di essere troppo ambiguo ed evasivo, di alludere costantemente a un incombente, opprimente mistero senza poi esplicitarlo, di disarticolare i meccanismi narrativi tradizionali: tre caratteristiche che oggi paradossalmente vengono considerate segni della sua grandezza. Non è solo il palpabile sdegno per lo sfruttamento coloniale dell’Africa, per la violenza fisica e filosofica inflitta agli indigeni (sebbene al romanzo non siano state risparmiate addirittura accuse di razzismo) a venir fuori dalle pagine: il personale e le strutture della Compagnia commerciale sono un incubo kafkiano, e la foresta pluviale sembra nascondere qualcosa di ferino, di ostinatamente non umano, forse quel cuore di tenebra a cui allude il titolo, sul cui senso esatto si dibatte ormai da più di un secolo. Il breve (troppo breve?) romanzo di Conrad non è la saga sciamanico-social-avventurosa che avrebbe potuto essere e che ci sarebbe piaciuto da matti fosse (come è invece il caso della memorabile versione cinematografica di Francis Ford Coppola, che sfrutta anche meglio – mi si perdoni l’eresia – il personaggio di Kurtz), ma è piuttosto una parabola, una frase sussurrata nella notte (“L’orrore!”), una porta socchiusa che conduce a una stanza da esplorare poi per conto proprio. Una stanza inesorabilmente buia.



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