Cuori cicatrizzati

Cuori cicatrizzati
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Una scala buia, odore di gomma bruciata e medicinali. Lettino per le visite. Lamiera, freddo. Emanuel ha una vertebra compromessa, questo dice la lastra. Vertebra corrosa, morbo di Pott. Studente di chimica, Emanuel viene spedito a Berck, sanatorio sulla costa atlantica. Dune, mugghiare della marea, Berck è luogo di invalidi e villeggianti. Una normale sala ristorante, l’impressione di un antico banchetto nel quale i commensali mangiano sdraiati: eccoli, i malati sulle barelle doccia, serviti dagli infermieri e i lettighieri. C’è il brusco e curioso Ernest, Tonio innamorato della signora Wandeska, Quitonce e le sue fotografie pornografiche per celebrare il corpo virile che giace ormai avvizzito sulla carrozzina. Poi ci sono i “guariti”, che però tornano a lavorare al sanatorio, ormai incapaci di vivere lontano da lì. C’è Eva, l’infermiera fissata con il grammofono di Tonio, e c’è Solange, dattilografa che si intrattiene in incontri amorosi con Emanuel, fuggendo verso le dune in calesse appena possono. C’è l’oceano, di cui respirare la luminosità, e per Emanuel e le persone che incontra ci sono una certa “intelligenza delle cose”, e un “particolare sentimento della vita interiore”. La tristezza, certi pomeriggi, sale come la marea, affonda tra i silenzi, la musica di qualche grammofono, la ripetitività dei movimenti. La tristezza e la malinconia trasudano dai gessi, i corsetti, le strutture invalidanti. Corpi avvizziti, purulenti, corpi cicatrici dormono nei letti, sulle barelle, nell’aria tumultuosa dell’oceano. Corpi e gesso. Umidore e annullamento. È possibile che splenda il sole, che gli alberi e i fiori... e che un corpo invalido si tormenti sofferente sul letto. Questo è possibile. Berck, apparizioni rivelatrici, splendore e putrescenza…

Una copertina con un fitto intreccio vegetale, il “Cuori” a caratteri grandi, il nome Max Blecher a ricalcare grafie liberty. E la data, 1937, per un romanzo mai tradotto in Italia, ora portato da Keller. Max Blecher è morto a ventinove anni per tubercolosi spinale. Intratteneva corrispondenze con André Breton, André Gide, Martin Heidegger, intanto che trascorreva dieci anni di malattia a letto. Corpo e letto, come Emanuel è corpo e gesso, e l’esperire il mondo è traspirazione di desiderio, di intima lucida presa sulle cose e poi annientamento, allontanamento, nebulosità. Noia, tristezza, sogno e bramosia. Ecco, la malinconia è ricevere questa intelligenza delle cose, potente, e poi soffrire l’esposizione, ritirarsi, giacere, è attraversamento di immagini e ombre (eccessiva traspirazione): è essere solidali con gli alberi, le chiazze sulla strada dopo la pioggia, o un quadro e l’immedesimazione con esso, un luogo e una nuova nostalgia,“assoluta stupefazione senza spiegazione”. È indicibile solitudine, la luminosa solitudine eppure quella vaga inquietudine quando tutti se ne sono andati. È un desiderio forte e improvviso e immotivato: Emanuel che sale con il calesse sui monti e chiede a una signora che non ha mai visto prima, la signora Tils, di prenderlo come pensionante. È abitare una stanza con le vetrate che danno sul mare. Intimità fortissima con oggetti che poi resteranno lì, e le persone scompaiono. Le persone passano in mezzo agli oggetti familiari che non appartengono a nessuno. I corpi premono per toccarsi, smettere gusci ermetici, cicatrici tessuti d’insensibilità.



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