Dèi e uomini nella Città

Dèi e uomini nella Città

Perché, nella prima e lontanissima cultura Romana, mancano teogonie, cosmogonie e antropogonie? Perché invece esistono dettagliate “urbigonie”, sulla fondazione della città, sulle sue origini e sulla sua articolata composizione etnica? Perché gli antichi Romani non hanno mai valorizzato l'autoctonia, preferendo considerarsi un popolo etnicamente complesso e comunque parzialmente “sopraggiunto”? Perché, nella cultura Romana, chiamare qualcuno “figlio della terra” significava considerarlo sostanzialmente un “figlio di nessuno” o uno sconosciuto? Cosa hanno costituito, nella cultura Romana, la leggendaria fondazione di Lavinium e di Alba Longa per mano dei Troiani? E cosa rappresentava un pellegrinaggio a Lavinium per un cittadino della Roma repubblicana e della Roma imperiale? E poi: cosa significava, in realtà, per i romani, appellarsi ai Quiriti? E perché la parola “Quiriti” si legava al mito della fondazione della città, per mano del padre Romolo? Si può ammettere, pacificamente, che l'inizio della civiltà romana coincide esattamente con la fondazione dell'Urbe? E ancora: cos’era e come appariva un “Lar”? Si può dire che il “Genius” stava alla persona come il “Lar” stava all’intera “familia”? Cosa significava che il “Lar” si spostasse con l’intera “familia”, e anzi che con la “familia” coincidesse? Quanto era distante la “familia” Romana da quella odierna, composita com’era, perché alla famiglia partecipavano a pieno titolo schiavi, liberti e animali domestici? E ancora: cosa significava la presenza, in corteo, delle “imagines maiorum”, cioè delle immagini degli antenati, nei riti funebri? E cosa significava agirle? E perché esistevano dei figuranti che giocavano ruoli comici o dissacranti, nei funerali? E infine: cosa si nasconde nel mito tardo medievale della nascita di Cesare, e qual è la storia del cosiddetto “parto cesareo” nella cultura antica?

Dèi e uomini nella Città. Antropologia, religione e cultura nella Roma antica è un appassionante saggio del professor Maurizio Bettini, docente di Filologia Classica all’Università di Siena, collaboratore del Department of Classics di Berkeley, massima autorità italiana vivente in materia. Il libro è suddiviso in sei capitoli di differente intelligenza, tenuta e profondità. I più ispirati e coinvolgenti sono il primo (“Perché i Romani non ebbero una cosmogonia?”), il terzo (“Lar familiaris: un dio semplice”) e l’impressionante quarto (“La morte e il suo doppio. Il funerale gentilizio romano tra imagines, ridiculum e honos”). Più vicino alla storia del costume il sesto capitolo (“Non nato da donna. La nascita di Cesare e la storia del parto cesareo nella cultura antica”), mentre mi è sembrato lento, scolastico e didascalico il quinto, dedicato al concetto di “auctoritas”. Infine, certamente manierista e non di rado farraginoso credo sia il secondo capitolo: “Interpretatio Romana: categoria o congettura?”. Il volume è completo di un ottimo apparato di note, di una doviziosa bibliografia, di un comodo indice analitico (finalmente!) e di un robusto indice dei nomi. Bettini ha inteso cogliere aspetti insoliti (“talvolta eccentrici”) della civiltà romana, puntando a cogliere il cuore di questa eccezionale cultura da queste a volte forse bizzarre e comunque meno battute vie. Il risultato è spesso emozionante, comunque coinvolgente, in certi frangenti piacevolmente scioccante. Dèi e uomini nella Città (con la “C” rigorosamente maiuscola) è destinato a non sfigurare nei vostri scaffali di Storia romana, e a invecchiare con eleganza e un pizzico di capitolina, antica imprevedibilità. Per almeno tre generazioni.



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER