D’Annunzio e il prefetto sbagliato

Nella galleria dei comprimari crepuscolari dell’impresa fiumana, un piccolo spazio va riservato all’altrimenti oscuro Enrico Grassi, classe 1886, massone di Piazza del Gesù, sedicente “Conte Statella”, patriota italiano, profondamente leale al fiumanesimo; addestrato all’Accademia Militare, valoroso soldato nella Grande Guerra, tra i primi a entrare in Trentino, nel maggio 1915, Grassi seppe, nei giorni della Reggenza, dare un concreto e apprezzabile contributo logistico ai legionari; meno fortunata fu una sua mediazione tra il ministro Bonomi, la massoneria e d’Annunzio, a ridosso del “Natale di Sangue”. Grassi vedeva in d’Annunzio un “poeta prigioniero della sua poesia, anche nel momento disperato”: Morghen, autore di questa comunque apprezzabile monografia, osserva che ciò puntualmente avvenne, a vantaggio del fascismo. Grassi visse per anni a Garda; scrisse una dignitosa (pare) Guida poetica dal Garda. Nominato prefetto a Taranto, nel 1929, per raccomandazione del poeta d’Annunzio, si battè contro la “scesa”, una specie di convivenza prematrimoniale “tattica” e opportunistica; venne bersagliato da epigrammi satirici; si ritrovò, di lì a poco, defenestrato da Mussolini. Considerato, direi piuttosto opportunamente, al limite un “velleitario delle Lettere italiane” da Renzo De Felice, era una sorta di pallido epigono dannunziano con venature esoteriche [dedicò versi a Tagore, “grande veggente d’Oriente”]; Grassi condivise con d’Annunzio l’adesione al piuttosto oscuro ordine Martinista – un sentiero iniziatico differente da quello massonico, fondato sul perfezionamento interiore dell’essere umano. L’oscuro intellettuale promosse, con qualche anticipo, la successiva fondazione della Scuola di Mistica Fascista, “fondata su patria, sangue, aristocrazie sindacali e culto del Duce”; Morghen pubblica un suo “Decalogo mistico del fascista”, pubblicato su “L’Arena” di Verona il 28 ottobre 1926, nella ricorrenza della Marcia su Roma, documento di almeno discreto interesse filologico…

Siamo dalle parti di quelle letture che è cauto e saggio definire “marginali” o “trascurabili” e al limite, forzando parecchio la mano, “complementari”: Grassi è una figura di dubbia consistenza e di risibile valore storico e politico; la ricerca di Morghen ha ragione di esistere e di essere pubblicata soltanto come “curiosità dannunziana” (al limite della bizzarria) o al limite come chicca (dipende dai punti di vista, si capisce) di folklore locale o giù di lì; artisticamente in Grassi non c’è niente di degno, politicamente c’è pochissimo. Il libello è strutturato in brevi capitoli, accompagnati da un buon apparato di note; spesso appare, come interlocutore “in presa diretta” o quasi, il ricercatore Fabio Gaggia, sorta di Virgilio di Morghen. Inevitabilmente, pensando al lettore che è planato su questo articolo in cerca di una figura camaleontica e carismatica come Guido Keller – solo per fare un esempio – non si può non ammonirlo: qui siamo su un altro livello, siamo tra i massoni e tra i più o meno oscuri burocrati intellettuali del regime fascista; niente di libertario, niente di visionario, niente di eccezionale. Soltanto tanto cuore e tanta fede, e una limpida venerazione per il Comandante. Il carteggio dannunziano è di esclusivo interesse filologico. Saggiamente Guerri non ha dedicato spazio a Grassi nella sua recente biografia dedicata all’Amante guerriero, pubblicata da Mondadori nel 2008. Qualche cenno sull’autore, prima di congedarci. Ruggero Morghen, classe 1957, da Riva del Garda, alle spalle una laurea in Sociologia all’Università di Trento, è bibliotecario, pubblicista e scrittore. Ha pubblicato libri sulle rappresentazioni della massoneria nei documenti pontifici (La perdutissima setta, Solfanelli, 2007) e un Dizionario del Belpensante. Non manca qualche poesia e qualche altro saggetto su d’Annunzio: a giudicare dai titoli, si tratta di chicche per aficionados, per ossessi e/o per studiosi scrupolosissimi.

 


 

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