Da Berlino a Gerusalemme

Da Berlino a Gerusalemme
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La Friedrichsgracht corre lungo un canale della Sprea, nel centro di Berlino. Delle vecchie e suggestive architetture di inizio Novecento che lambiscono la zona del canale non rimane quasi nulla, se non il ponte di legno costruito dagli olandesi nel Seicento. “Un braccio d’acqua chiuso tra case borghesi a tre o quattro piani, col tetto spiovente, inframezzate da palazzi più signorili, ornati di bugne e timpanature”. Berlino era un’elegante città fluviale, ai tempi dell’infanzia di Gershom Sholem, quarto figlio di una famiglia ebraica medio borghese proveniente dalla Slesia. Nei primi anni del secolo l’afflusso di ebrei in arrivo dall’est è notevole e molti, anziché proseguire verso gli Stati Uniti, si fermano in una città in fermento, dove le occasioni di lavoro non mancano. La parola d’ordine per la comunità berlinese è “assimilazione”: diventare tedeschi per nazionalità ed ebrei per religione. Anche la famiglia Sholem rispecchia fedelmente questa ideologia, ma per Gershom tutto ciò rappresenta una metafora di una società in declino. I suoi conflitti con il padre, liberale moderato, diventano progressivamente via via più accesi e corrono paralleli allo studio appassionato dei testi di mistica ebraica. Il pensiero sionista, invece, nasce già sui banchi del ginnasio come scelta prima di tutto culturale. Allo scoppio del primo conflitto mondale, rifiuta qualsiasi coinvolgimento, sottraendosi al servizio militare. Successivamente, all’inizio degli anni Venti, Gershom si sposta a Gerusalemme, insediandosi a capo del Dipartimento di Ebraico della Biblioteca Nazione e dove ottiene la cattedra di misticismo ebraico all’università Ebraica di Gerusalemme. Vi rimane fino alla morte, avvenuta nel 1982…

Selbstbetrung, “autoillusione” è la parola che Gershom Sholem (1897-1985), filosofo e studioso della tradizione ebraica, utilizza per definire e condannare il cosiddetto “giudaismo assimilato”. Assimilazione: ciò che per molti è la via per l’integrazione e convivenza, secondo la sua visione risulta sostanzialmente essere la summa di monologhi inutili e senza futuro, segno di un ostracismo della nazione tedesca che la comunità borghese ebraica non riesce o non vuole scorgere. L’armonia sulla quale confidano gli ebrei berlinesi semplicemente non desta alcun interesse per i tedeschi. La coscienza critica di Gershom Sholem si esprime in questo saggio biografico raccontando la propria infanzia cominciando dalle rive della Friedrichsgracht. L’incontro con il filosofo Martin Buber e il soggiorno presso Monaco di Baviera, dove ha l’opportunità di entrare in contatto con i testi mistici, sono il preludio al suo definitivo spostamento a Gerusalemme. L’emigrazione in Palestina rappresenta una rottura definitiva col padre e con un pensiero culturale e religioso mai accettato. Il saggio, di interessante e scorrevole lettura, cela tra le righe un tratto sentimentale che l’autore in qualche modo cerca sempre di negare. Tuttavia, questo sentimento traspare soprattutto nei racconti berlinesi legati all’infanzia e poi nell’incontro con la futura moglie Escha Burchhardt, che lo abbandonerà alcuni anni più tardi per seguire Hugo Bergmann, amico e mentore di Gershom Sholem. Da Berlino a Gerusalemme si mostra come un’interessante finestra sulla storia dell’ebraismo moderno, sulla storia europea in generale e che definisce anche il profilo di un uomo colto, appassionato dello studio prima ancora che dell’insegnamento.



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