Da dove la vita è perfetta

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Il Villaggio Labriola è un quartiere nella periferia popolare di Bologna, 800 metri di casermoni anonimi infilati in un “incendio di luce e polvere”, “672 appartamenti, 5 piani, 28 scale ciascuno”. Qui, nel caseggiato 109, scala E abita Adele Casadio, diciott’anni, cresciuta troppo in fretta in una famiglia composta da sua madre Rosaria e da sua sorella Jessica, quindici anni, una dislessia mai curata e l’avventatezza della gioventù. La mancanza del padre, arrestato sette anni prima e sparito dalla loro vita, è una ferita ancora aperta che le ha costrette a sacrifici, ridimensionamenti, vuoti da colmare e dignità da preservare. Ma l’estate del 2009 cambia tutto. Adele rimane incinta. Manuel, il suo ragazzo, “pusher di serie Z” con pochi scrupoli e grandi ambizioni incapace di gestire quella responsabilità troppo grossa, sparisce. Adele non si arrende, decide di portare avanti la gravidanza e di dare la bambina in adozione nel tentativo di garantirle una vita migliore. Sono mesi difficili in cui però la aiuta l’amicizia di Zeno, il miglior amico di Manuel, suo vicino di casa, diciassette anni, un’intelligenza enorme e una sensibilità fuori dall’ordinario. Zeno diventa presto una presenza fissa in casa Casadio, per Adele è un sollievo averlo accanto e i due piano piano finiscono per innamorarsi. Il tempo finisce, nasce Bianca, “come le cose bianche. Come le cose pulite e piene di luce”, tre chili e quattrocento grammi, un futuro segnato in una famiglia sconosciuta che la sta già aspettando. Chi non aspetta più è invece Dora Cattaneo, professoressa di Zeno nel liceo classico “Galvani”, affetta da una menomazione agli arti inferiori, un’intera esistenza passata a difendersi, a covare rabbia per quel suo destino sfortunato. Lei, moglie di Fabio Sartori, architetto rampante e amante di ripiego della bellissima Emma, desidera disperatamente un figlio ma nonostante i tentativi più disparati e un bagaglio di sofferenza che la stravolge sembra dover ripiegare sull’adozione. Le cose tra Dora e Fabio non funzionano, un figlio è per entrambi la speranza di poter ricucire una relazione da sempre in crisi. Anche la sua amicizia decennale con Serena, assistente sociale, sembra risentire delle difficoltà dell’ultimo periodo, le due si allontanano, Dora cova una quotidiana insoddisfazione che la confonde alterando anche i contorni del suo rapporto con Zeno. Nel frattempo Adriano Casadio esce di prigione, Manuel si macchia di un crimine atroce e i destini si mischiano finché ciascuno troverà il modo per proseguire la strada…

Quattro anni dopo la pubblicazione di Marina Bellezza (Rizzoli, 2013) Silvia Avallone torna alle stampe con questo suo ultimo romanzo che vede ancora protagonisti i giovani e le periferie. Già in Acciaio (Rizzoli, 2010) avevamo imparato a conoscere i casermoni di Piombino e le difficoltà del vivere in un ambiente spesso ostile in cui i sogni dei più giovani vengono messi a dura prova da una realtà ostile. Qui il racconto della periferia si sposta a Bologna, in un quartiere frutto della fantasia dell’autrice ma perfettamente corrispondente alla sua “personale geografia dell’esclusione”. Eppure qualcosa è cambiato. Ed è un qualcosa che il lettore percepisce quasi ovunque nelle 377 pagine che popolano questo libro denso, sentito, vissuto, inondato di buio e di amore. Quel qualcosa, anzi quel qualcuno, si chiama Nilde ed è la bambina che Silvia Avallone ha avuto da poco e che ha rappresentato il vero motore di questa storia, l’ispirazione primaria di un percorso che è un cammino del cuore in un territorio sconosciuto come quello della maternità ma così rivoluzionario ed appagante da contagiare ogni singola parola. Ci sono le madri quindi, c’è Adele diventata mamma senza premeditazione, ostinata, testarda, determinata, forte e fragile, fatta di magici chiaroscuri e infinite dolcezze. C’è sua madre Rosaria, piegata dalle difficoltà economiche, costretta a fare le veci di un padre assente e a soffocare la mancanza di un marito molto amato. C’è Dora che vorrebbe diventare madre e non ci riesce, afflitta da un dolore sconfinato che tenta di dare un nome ad un futuro diventato impossibile anche solo da pensare. Adele sa che “i figli non servono”, “non servono a fare matrimoni felici, a diventare migliori, a legarsi i mariti” ma sa che quando arrivano come un accidente o come un regalo, bisogna farsi carico di tutto il coraggio del mondo e aiutarli a nascere. Questa ragazza di diciotto anni “in macerie” è un personaggio straordinario che illumina di sé tutto il romanzo e diventa lo snodo principale di tutte le altre storie a contorno. Perché se è vero che si parla di madri è altrettanto necessario parlare anche di padri. Di quelli che fuggono davanti ad una scelta che implica responsabilità come Adriano e Manuel, di quelli che di quella responsabilità vorrebbero farsi carico come Zeno, e anche di coloro, come Fabio, che attraverso una paternità combattuta e sofferta arrivano a nuove consapevolezze. Tutti lottano contro i propri fantasmi, che sia un’infanzia difficile o poverissima, oppure una menomazione, un abbandono, un lutto, un trauma, ognuno ha i suoi vuoti e i suoi pieni in un bilancio che gioca quasi a sempre a favore dei primi ma che impone scelte comunque proiettate verso il domani. La vita non è un meccanismo perfetto, no, non lo è quasi mai, non lo è per nessuno. Lo sa Dora, vinta da inutili tentativi di procreazione, prostrata da “un dolore che non era solo male. Era una vergogna conficcata in quel che avevano di più intimo. Le ovaie, i testicoli, la capacità di fare vita”. Lo sa Zeno, abituato a lasciare la felicità agli altri, addomesticato al sacrificio, così sicuro nell’affermare che “ci sono forze invincibili. Forze molto più irreparabili di uno sciocco, egoistico desiderio”. Lo sa Adele: “quando qualcuno ti abbandona, e lei lo sapeva bene, ti lascia in eredità un vuoto. Che rimane lì tra le costole, e non c’è modo di mandarlo via. Però le disse. Tu avrai una vita intera per costruirci intorno delle cose belle.” In un posto dove è impossibile andare via e impossibile rimanere esiste sempre qualcosa che arriva a salvarci. Sono i figli, i genitori, gli amici, ma è anche la letteratura, i classici come Dostoevskij e Flaubert, i moderni come Ellroy, le parole, quelle stesse che Zeno digita sul suo computer in attesa di un treno che lo porti lontano, quelle che Dora insegna, che Serena regala e che Manuel non ha mai saputo imparare. “Nessuna vittoria è senza resto” però, quindi non aspettatevi finali consolatori o interventi salvifici dell’ultima ora. Siamo figli dei nostri padri, della terra in cui nasciamo, dell’eredità da cui veniamo segnati, il tempo dei miracoli è finito come quello di credere alle promesse o di pensare di avere un posto nella felicità che appartiene a qualcun altro. Eppure esiste un luogo, da qualche parte, in un momento preciso, in cui la vita può apparire perfetta. Ed è quel luogo che ci viene in soccorso quando tutto sembra perduto, quando forse non troveremo la forza di cambiare la nostra vita ma potremo sempre inventarci un modo per raccontarla.



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