Da Lenin a Stalin

Da Lenin a Stalin

Spagna, inizio del 1917. Tra i militanti anarchici, che non sono affatto marxisti, si parla con sempre più insistenza e sempre più ammirazione di Lenin e dei suoi bolscevichi. Quell’uomo sembra avere una qualità indubbia: l’onestà, la coerenza tra parola e azione. “Il grande merito di Lenin consiste nella volontà di applicare il suo programma… la terra ai contadini, le fabbriche agli operai, il potere ai lavoratori. Cose del genere sono state dette spesso, ma nessuno ha mai pensato seriamente di passare dalla teoria alla pratica”. I primi rivoluzionari russi sono incapaci di soddisfare le necessità del popolo che li spinge verso il potere, sono quasi increduli e spaventati dalla vittoria a portata di mano. “Al momento decisivo le masse non sempre trovano uomini capaci di esprimere senza ripensamenti i loro interessi, le loro aspirazioni e la loro vocazione al potere”. La rivoluzione russa sta segnando il passo, i socialisti sembrano aver voglia di abdicare, più che di governare. Ma il 3 aprile arriva alla stazione di Pietrogrado Vladimir Il’ič Ul’janov detto Lenin. È quasi uno sconosciuto, ha quarantasette anni, ha sfiorato spesso la condanna a morte e si è fatto un bel po’ di esilio in Siberia. Nell’ambiente politico è considerato un dottrinario, uno studioso. Vede chiaramente i limiti del possibile, ma intende superarli. È un rivoluzionario in un periodo di rivoluzione. Al suo fianco il 5 maggio del 1917 arriva Lev Trotskij, reduce da un campo di concentramento canadese dove è stato internato con moglie e figli. È un formidabile oratore e scrittore, conosce molte lingue e completa alla perfezione le caratteristiche di Lenin, al quale lo lega da subito una profonda amicizia. Scrive Jacques Sadoul che Trotskij è “lo spirito d’acciaio” dell’insurrezione, mentre Lenin ne è il teorico”…

Victor Serge, al secolo Viktor L’vovič Kibal’čič, rivoluzionario e intellettuale russo, ebbe un ruolo importante nel quadro politico della prima Unione Sovietica. Alla morte di Lenin credette che Trotskij, malgrado errori dolorosi e problemi giganteschi, avrebbe potuto raccoglierne l’eredità guidando l’URSS e quindi fu al suo fianco fino all’autunno 1927 e alla sua caduta in disgrazia. Fiero oppositore di Stalin, che definì un mediocre dal temperamento feroce “chiuso nei recessi più reconditi dell’inferno” e un “traditore, becchino, fratricida,termidoriano, distruttore del partito”, Serge quando il dirigente georgiano conquistò il potere assoluto all’interno del partito ai danni di Grigoij Zinov’ev, che era considerato il favorito per la successione, fu sbattuto in Siberia e solo per le pressioni di comunisti stranieri dopo qualche durissimo anno fu liberato e cacciato dall’URSS. “Nel momento in cui giunge a Bruxelles dopo la sua espulsione (18 aprile 1936), Serge è l’icona dell’intellettuale dell’opposizione che non rinnega il suo passato né si dichiara contro il comunismo”, scrive David Bidussa nella sua prefazione al volume. “(…) Rispetto a tutti i suoi compagni di opposizione di sinistra non si sente un russo in esilio, non ha una patria”. Deciso a far conoscere all’estero la deriva autoritaria stalinista e lo spostamento a destra dell’organizzazione statale ed economica in URSS, l’ex anarchico prende carta e penna e verga questo pamphlet veemente, in cui riepiloga in sintesi le tappe della conquista del potere da parte dei bolscevichi e le difficoltà dei primi anni di governo, fino al “tradimento” della rivoluzione secondo lui perpetrato da Stalin. Si tratta di una testimonianza preziosa perché contemporanea ai fatti, viva come una cronaca giornalistica, fremente di rabbia: un’ottima occasione per recuperare dall’oblio un pensatore importante nel quadro dei movimenti rivoluzionari dei primi del ‘900.



 

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER