Da madre a madre

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“Questo posto assomiglia a una scatoletta di sardine, ma chi l’ha costruito l’ha chiamato Guguletu, il nostro orgoglio. La gente che vive nel nostro orgoglio invece lo chiama Gugulabo, il loro orgoglio”. Mercoledì 25 agosto 1993, una mattina senza nuvole. Mandisa si sveglia all’alba come sempre per andare al lavoro, con la prospettiva di tornare quando ormai è già sera con le ossa rotte e la testa vuota. Fa la domestica in una casa di bianchi e il mercoledì per lei è il giorno più leggero, perché la signora Nelson, la viziatissima donna mlungu al posto della quale fa le faccende di casa, quel giorno della settimana si prende “un giorno per sé per riposarsi” (da quale fatica?) e invece di starle col fiato sul collo va in palestra con altre donne bianche grasse e viziate. Così Mandisa sveglia i suoi figli: la piccola Siziwe, il medio Lunga e il primogenito, il cupo e ribelle Mxolisi. Che pena e che preoccupazione per lei doverli lasciare soli tutto il giorno con la quasi certezza che non andranno a scuola e bighelloneranno per la township, ma come si può fare altrimenti? Mercoledì 25 agosto 1993, una mattina senza nuvole. Amy Elizabeth Biel, studentessa americana vincitrice di una borsa di studio, è arrivata all’ultimo giorno della sua permanenza in Sudafrica. E’ stata per lei - così piena di entusiasmo giovanile e di fervore liberal – un’esperienza bellissima, emozionante. E ora che è venuto il momento di partire il suo cuore si vena anche di tristezza e nostalgia. Decide di fare un salto all’Università per salutare i suoi amici sudafricani e ringraziarli per la stupenda festa d’addio che hanno organizzato per lei qualche giorno prima. Una giovane e ricca americana bianca e una poverissima donna sudafricana di mezza età: quasi niente in comune, se non il destino beffardo e crudele che sta per intrecciare le loro vite...
Il linciaggio di Amy Elizabeth Biehl, studentessa 26enne della Stanford University, avvenuto nel 1993 a Guguletu, uno dei ghetti neri di Città del Capo, ha in sé tutta la perversa l’ironia e l’insensatezza delle grandi tragedie. La ragazza era una fervente attivista anti-apartheid e proprio per questo aveva fatto domanda per una borsa di studio del Fulbright Program, e inoltre quando una folla di giovani neri ha circondato la sua automobile prima, l’ha trascinata fuori poi e infine l’ha massacrata a colpi di pietre e coltelli Amy Elizabeth stava accompagnando a casa una sua amica (nera) dell’università. I quattro giovani sudafricani condannati per l’omicidio, che ha suscitato viva emozione nell’opinione pubblica internazionale e una durissima repressione da parte della polizia sudafricana nelle township, sono stati poi amnistiati nel 1998, quando i genitori della ragazza uccisa, commuovendo (e sorprendendo) il mondo li hanno abbracciati e perdonati dopo essersi battuti per il loro rilascio. La Amy Biehl Foundation Trust ora è attivissima nell’aiutare i giovani dei ghetti neri a istruirsi e affrancarsi dalla miseria e dall’ignoranza che hanno generato la tragedia del 1993 e innumerevoli altre. La grandissima scrittrice sudafricana Sindiwe Magona, che a Guguletu è stata ‘deportata’ da bambina con la sua famiglia e ha vissuto, e da Guguletu è partita per iniziare la sua ‘nuova vita’, racconta uno dei fatti di cronaca più drammatici della storia moderna del Sudafrica immaginando un dialogo, una lettera aperta scritta dalla madre dell’assassino alla madre dell’assassinata. Non c’è indulgenza nella parole di questa madre piegata dalla vergogna e dal dolore, un dolore doppio, c’è però la voglia di raccontare la propria vita, il contesto sociale e culturale nel quale i suoi figli sono stati costretti a crescere da un regime assurdo e violento, la quasi inevitabilità di una qualche tragedia, l’ipocrisia - per quanto in buona fede - e l’ingenuità dei volontari infervorati che calano nelle realtà più povere e degradate del mondo col sorriso del missionario, le creme solari e gli zainetti firmati senza rendersi conto delle realtà nelle quali arrivano e delle reazioni che possono suscitare. Un libro magnifico, che sa emozionare e indignare e riesce - come spesso accade alla Magona – a parlare dei grandi temi raccontando una quotidianità solo apparentemente piccola.

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