Da solo sull’Everest

Da solo sull’Everest
Nel maggio del 1934, sotto il Colle Nord del monte Everest, a 21.000 piedi, tre uomini discutono animatamente: due sono sherpa mentre il terzo è un uomo dello Yorkshire determinato a proseguire nella scalata nonostante ogni evidenza sia contro di lui, nonostante proseguire significhi chiaramente la morte. Ma Maurice Wilson non si basa sulle evidenze e sulla logica: è giunto ai piedi dell’Everest senza nessuna preparazione alpinistica, spinto solo da una grande fede in se stesso, e con quella fede ha deciso di proseguire ancora. Con tre pagnotte di pane, due scatole di fiocchi d’avena e una piccola bandiera britannica parte la mattina successiva per l’ultimo assalto. “Aspettatemi per dieci giorni”, dice agli sherpa. “Se non torno, andatevene senza di me”. I fedeli sherpa aspettano fino all’arrivo del monsone, più di una settimana dopo, poi tornano al monastero di Rongbuk con la notizia della morte di Maurice Wilson…
Non ci sono sorprese in questa storia, né colpi di scena, e questo ci viene detto già dal prologo che chiude subito il cerchio della narrazione. Wilson morì sull’Everest e un anno dopo il suo diario venne ritrovato, insieme al suo corpo, dall’alpinista Eric Shipton. Ma come morì quest’uomo non è la cosa più importante, era anzi perfettamente prevedibile: quello che veramente è importante è capire come Maurice Wilson fosse arrivato sotto il Colle Nord dell’Everest, così (del tutto inaspettatamente) vicino alla meta. Wilson era un uomo singolare, sicuramente avventuroso: eroe decorato della Prima guerra mondiale, lavoratore poliedrico e viaggiatore instancabile, si era ristabilito da una grava malattia praticando il digiuno curativo. Era convinto di aver trovato una nuova cura per i mali del mondo, un misto di fede nel potere dello spirito umano e nelle pratiche di guarigione alternative, e decise di dimostrare a tutti il valore della sua teoria compiendo quell’impresa che fin a quel momento era stata negata a chiunque avesse tentato: scalare l’Everest, e per giunta in solitaria. Da solo sull’Everest non è un libro di alpinismo o sull’alpinismo, non ha nulla a che vedere con i libri di Walter Bonatti o di Nives Meroi. Non è il racconto tecnico di un’impresa, perché di tecnico nella scalata di Wilson non c’è stato proprio niente (nessuna digressione su corde, nodi o piccozze) ma è il racconto di una grande avventura. “Fino a dove si può arrivare con la tenacia e la volontà?”, è la domanda centrale. È un libro scritto benissimo, accurato come un reportage (l’autore si è basato innanzitutto sui diari e le lettere di Wilson) ma con il ritmo di un romanzo d’avventura, con un ricco apparato di foto e di cartine geografiche. Davvero non importa che già conosciamo il destino di Wilson, sono le mille imprese che lo portarono alla base dell’Everest a farci appassionare alla sua storia (in fondo tutti vorremmo avere almeno un po’ del suo animo da esploratore): le precarie abilità da pilota e i travestimenti per entrare in Tibet. È fantastico seguire Maurice Wilson nel suo lungo viaggio verso un’impresa romanticamente impossibile, quando viaggiare significava davvero andare incontro all’ignoto. Il giudizio su di lui non può chiaramente essere unanime, ognuno potrà farsi la sua idea su questo idealista pieno di risorse, ma il libro vale tutti i sedici euro del prezzo di copertina e la sua storia non vi sarà sicuramente indifferente.

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