Da un altro mondo

Da un altro mondo
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Khaled viene da Aleppo. Insieme a suo fratello arrivano in Europa con la promessa di un posto di lavoro. Sono ragazzini, suo fratello di più, praticamente un bambino. È un attimo che i sogni si trasformano in incubi e così Khaled rimane da solo; solo col suo trolley rosso sul quale ogni giorno di più si allargano macchie scure. Se lo porta dietro ovunque e fa a botte se qualcuno tenta di strapparglielo di mano. Può rimanere nudo e senza cibo, ma mai senza il suo trolley, il suo tesoro. Karolina vive a Bruxelles, è separata, fa un lavoro che la sfianca e ha un figlio, Andreas, di cui da qualche tempo non ha notizie. È andato via di casa e non è più tornato. Al padre non interessa niente; gli interrogatori - blandi - della polizia sono solo scocciature e anche le preoccupazioni di Karolina lo sono. Alla polizia stessa non interessa tanto cercarlo: uno di seconda generazione, figurarsi, “uno che si è fatto infinocchiare dagli allah akbar”. Allora Karolina si improvvisa detective, scava nella vita di suo figlio, in mezzo alle sue cose, segue piste e indizi e scopre un ragazzo che lei non aveva mai conosciuto. Non quello che ama i cani e che una volta ha fatto a cazzotti per difenderli, ma quello che dentro il suo computer conserva video di una violenza inaudita: decapitazioni, scene di guerra, combattenti che brandiscono coltellacci. Iraq, Siria, occhi bendati, esecuzioni sommarie. E poi ci sono quei bambini, così sottili da sembrare impalpabili. Compaiono per le strade, appollaiati sui televisori, sbucano dalle finestre delle scuole “si siedono sulla cattedra, sotto la cattedra, sui davanzali, e a volte volano”, stazionano lungo la spiaggia “come una valanga di sorci”. Non fanno nulla, non lasciano niente di sé quando spariscono, non si muovono. Guardano e basta, con occhi tristi da fare spavento. Queste ombre che si muovono come dune e che investono in pieno il maresciallo Vitale, a Palermo, e Orso, nella Pianura Padana emiliana, sembrano voler fare ritorno da qualche parte. Dall’altra parte, al di là del mare, c’è qualcuno che li aspetta…

Evelina Santangelo intreccia storie di bambini e ragazzini, donne e uomini che cercano e annaspano, che scendono e risalgono lo Stivale, l’Europa, il Mediterraneo. Che arrancano dentro pochi stracci, che si difendono dal freddo come possono, che trascinano valigie putride nelle quali conservano l’unico bene che gli è rimasto al mondo. Anime che cercano, che si interrogano, che si fermano a guardare, che scompigliano l’ordito della razionalità e delle convinzioni ataviche. Tutti attraversano un confine che è quello geografico, ma non soltanto quello. C’è un confine invisibile oltre il quale anche loro perdono contorni e consistenza. Ai nostri occhi, quando ci arrivano, ci arrivano esangui. È un crescendo di angoscia, quello che afferra lo stomaco ed è un crampo salutare che nell’indignazione genera gli anticorpi per resistere al tempo feroce che stiamo vivendo. Spalanca uno sguardo sconcertato sui deliri securitari, sulle propagande violente di bava e rabbia costruite ad arte scorticando la pelle dei disgraziati. Parla dell’integrazione che non c’è, dell’assimilazione che non funziona, del razzismo e del suprematismo che arroga a qualcuno il diritto di sentirsi superiore a qualcun altro. Parla di estremismi che covano nel buio di baracche o di stanzette impenetrabili nel cuore dell’Europa; di teste rasate e braccia tese, di bombe che esplodono addosso alle persone e fanatici di ogni razza e ogni colore. Prendendo a prestito una formula leggera di distopia - un’aura fantastica che non rende meno spettrali vicende in cui la morte timbra puntuale tutti i cartellini che trova - la Santangelo ci racconta di vite che sono state e non saranno; di un germe cattivo che nelle ceneri della nostra memoria collettiva ha trovato il ventre di una nuova gestazione. Si legge e si urla. Come siamo arrivati a tutto questo. Come possiamo uscire da tutto questo? Un mare di morti. Un mare morto. Un mare mostro che si riversa sulle nostre coscienze e le popola di fantasmi che picchiano duro coi loro sguardi sbigottiti e interrogativi. Barattata la vita per un’ipocrita salvezza. Con quegli occhi che ci scrutano da sotto il pelo dell’acqua, ci sentiamo più sicuri adesso?



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