Dallo scudetto ad Auschwitz

Dallo scudetto ad Auschwitz
Stagione sportiva 1929-1930. È il primo campionato di calcio così come lo conosciamo oggi, a fase unica. Fino a quel momento erano esistiti due gironi distinti per area geografica, con duelli incrociati a fine stagione. Vince l'Inter, o meglio l'Ambrosiana: in quel periodo il nome Internazionale avrebbe costituito un richiamo troppo eversivo. Sulla panchina di quella squadra, ad inaugurare la prestigiosa galleria di allenatori vittoriosi in nerazzurro come Alfredo Foni, Helenio Herrera e Giovanni Trapattoni, c'è Árpád Weisz. È lui ad aver scoperto Meazza, facendolo debuttare nella Coppa Viola a Como. Arpad è un uomo normale, né alto né basso, né bello né brutto. Ma affascinante. Un sorriso vago, indefinito e magnetico, una presenza discreta, silenziosa, essenziale. Dopo lo scudetto con l'inter, ne vincerà altri due con il Bologna nel 1936 e nel 1937. Il Bologna di Renato dall'Ara, che nel 1937 vincerà anche il Torneo dell'Esposizione Universale a Parigi – la Champions League dell'epoca. Poi le leggi razziali – Weisz era ebreo. Árpád è costretto lasciare l'Italia con la famiglia. Va a Parigi e dopo qualche mese in Olanda, a Dordrecht. Poi l'occupazione tedesca, l'inferno di Auschwitz, la morte. Di Weisz si perdono le tracce. Viene ricordato poco o niente. Com'è possibile che un uomo che aveva vinto più di tutti nella sua epoca sia stato dimenticato così facilmente?...
In qualche modo il nostro colpevole ritardo nel recensire il bel libro di Matteo Marani viene compensato dal momento in cui la recensione viene alla luce. Quando i corsi e ricorsi storici ci costringono ad un altro periodo di veleni legato al calcioscommesse, quando ancora una volta la volgare truffa di alcuni dei principali attori della scena colpisce vigliaccamente alle spalle l’entusiasmo di tanti tifosi, non resta che cercare conforto nelle tante storie di football autentico. E dunque grazie a Matteo Marani per averci raccontato con garbo e accuratezza non semplicemente la storia di un uomo, ma quella di un epoca. La vita di Árpád Weisz dovrebbe essere conosciuta, approfondita e amata da tutti quelli che si professano tifosi, dovrebbe essere il percorso di riabilitazione per tutti quelli che considerano questo sport soltanto come lo sfogo di istinti violenti e camerateschi. Perché più che la sospensione coatta del campionato, come auspicato dal nostro Presidente del Consiglio, basterebbe che le Tv, i giornali e soprattutto quelle divertenti radio coacervo di rozzezza e malinconia, cominciassero a raccontarci di Árpád Weisz o delle lunghe partite di Pier Paolo Pasolini sui prati di Caprara o delle parole di Roberto Saviano quando ha paragonato le giocate di Lionel Messi “alle suonate di Arturo Benedetti Michelangeli, ai visi di Raffaello, alla tromba di Chet Baker, alle formule matematiche della teoria dei giochi di John Nash, a tutto ciò che smette di essere suono, materia, colore, e diventa qualcosa che appartiene a ogni elemento, e alla vita stessa”. Un nuovo modo di fare informazione che abbandoni il sensazionalismo, il costante richiamo alla gogna popolare, il moralismo ipocrita di chi ha alimentato questo mondo per anni e ora fomenta la rivolta. Un sistema dove i disonesti si possano sentire automaticamente dei miserabili. E speriamo che paradigmatico possa essere il ritorno in serie A di un altro grande maestro, Zdenek Zeman. 

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