Daniel Deronda

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Leubronn (Germania). XIX secolo. Sono le quattro di un pomeriggio di settembre: Daniel Deronda osserva, con attenzione, un campione d’umanità – degli “scarti umani” – tutto preso dal “brivido dell’azzardo”. Uomini più disparati sono seduti intorno a due tavoli: una contessa, un rispettabile commerciante londinese, un damerino smunto... tutti “condividevano un’uniforme negatività d’espressione che sortiva l’effetto d’una maschera, come se avessero tutti mangiato una radice che obbligava la mente di ciascuno a una temporanea angusta ripetitività dei gesti.” Poi gli occhi gli si fermano su una fanciulla in piedi, poco distante da lui, una silfide: Gwendolen Harleth. La donna stessa – “che ogni giorno della sua vita vedeva un piacevole riflesso di sé nei complimenti degli amici e nello specchio” – resta altrettanto colpita dallo “sguardo giudicante” di lui: nota nel giovane qualcosa di diverso da tutti gli altri, qualcosa che potrebbe allontanarla da quella noia che la spinge a giocare; ma una lettera inaspettata porterà nuove regole nel gioco supremo che è la sua vita...

George Eliot (pseudonimo maschile di Mary Anne Evans) è stata una delle più importanti scrittrici britanniche dell’epoca vittoriana. Daniel Deronda è il suo ultimo romanzo completo (e il solo ad essere ambientato nella società vittoriana a lei coeva), pubblicato per la prima volta nel 1876. In esso, l’autrice affronta con coraggio tematiche importanti, mostrando un’acutissima lungimiranza: con una penna risoluta e colta, marca le parole, i pensieri antisemiti che, sotterranei – come tratti a matita, ma ben calcati, pronti a lasciare il segno... –, riempiono le menti “perbene” e aleggiano già in società. È il male del pregiudizio a essere denudato, svergognato, come antiumano e disumano, ma soprattutto come figlio illegittimo di quegli stessi padri che inneggiano all’umanità e ne innalzano il neonato vessillo. George Eliot smaschera l’ipocrisia, per regalarci, seppur nella fiction e mediante una trama davvero ricca, pagine di verità amara e, a tratti, quasi sardonica. È un occhio diverso quello che guarda alla sua società: un occhio acuto e ammonitore, proprio perché più sensibile e sublime, ma che, non per questo, ha paura di mescolarsi alla verità, quale frutto aspro della vita.



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