Danse macabre

È impossibile discutere della letteratura contemporanea dell’orrore senza prima prendere in esame tre libri fondamentali, tre capolavori “che vivono in una sorta di limbo, al di fuori della cerchia splendente dei “classici” riconosciuti della letteratura inglese”. Si tratta de Lo strano caso del dottor Jekyll e Mister Hyde - che Robert Louis Stevenson scrisse di getto in tre giorni, bruciò nel caminetto perché la moglie lo aveva trovato disgustoso e poi riscrisse in altri tre giorni -, di Dracula di Bram Stoker - una favola orrorifica a sfondo sessuale con la geniale trovata dell’autore che tiene il suo protagonista in scena continuamente nei primi quattro capitoli e poi lo fa letteralmente sparire per le restanti 300 pagine, lasciandolo aleggiare come una maledizione - e infine di Frankenstein, scritto dalla diciannovenne Mary Shelley, l’opera letteraria al mondo più utilizzata (spesso maldestramente) per soggetti di film e al contempo una delle meno lette fra quelle famose… Perché uno scrittore di romanzi horror deve sentirsi chiedere continuamente cose come “Come giustifica il fatto di guadagnarsi da vivere alimentando le paure peggiori della gente?” quando è del tutto ovvio che gli orrori della cronaca non nascono certo dalla fiction, ma casomai il contrario?

Stephen King, il titano dell’horror, ci ricorda una grande, antica verità: “La danza macabra è un valzer con la morte. È una verità alla quale non possiamo permetterci di sottrarci. Come quelle giostre del luna-park che mimano la morte violenta, una storia dell’orrore è la possibilità di osservare cosa accade dietro a quelle porte che abitualmente teniamo chiuse a doppia mandata”. Perché l’immaginazione umana non si ferma davanti alle porte chiuse. “Non aprirai quella porta”, dice Barbablù alla moglie. “Potete andare ovunque vi piaccia nel castello, fuorché nelle stanze la cui porta sia chiusa a chiave”, dice il Conte Dracula a Jonathan Harker. In entrambi i casi si tratta di raccomandazioni finite nel vuoto, come sappiamo. Di tal genere sono le riflessioni di questo grande scrittore (trattato nella prefazione di Severino Cesari datata 1985 come una sorta di fenomeno da baraccone, “uno che vende tanti libri ma in fondo vi assicuro che non è poi così male”), raccolte in un piccolo libriccino dalla copertina rossa. Si tratta di un’edizione brutalmente ridotta rispetto all’originale: di due introduzioni, dieci saggi, postfazioni e appendici – per un totale di oltre 400 pagine – rimangono solo due saggi: Racconti del Tarocco e L’ultimo valzer. Una breve ma interessante analisi delle aree più buie dell’immaginario collettivo, le sorgenti alle quali attinge l’industria dell’entertainment basato sulla paura.



 

 

 

 
 
 
 

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