Danzando sull’orlo dell’abisso

Danzando sull’orlo dell’abisso

Emma ha quasi quaranta anni e spera di resistere fino all’alba come la capretta di Daudet. Ricorda molto bene la storia, ricorda l’ebbrezza e l’estasi della bestiola di essere finalmente libera, felice e meravigliata di ogni cosa che la circondava, i pini, i castagni, le ginestre profumate e in fondo alla valle la casa del signor Seguin con il recinto, così piccolo da lontano. Emma ha sempre sognato di essere una delle capre del signor Seguin. Quando la mamma e qualche volta anche il babbo, le leggevano la storia crudele, non piangeva per il lupo feroce che divorava la capra, piangeva per quel “digià” che pronunciava la capretta Blanquette, perché in quell’espressione si racchiude la delusione per l’impossibilità di realizzare i desideri. Emma ha tre figli che ama teneramente, un matrimonio sereno che dura da diciotto anni, con qualche litigio ma tanti momenti dolci e gioie immense, un marito rassicurante, una bella casa, il lavoro soddisfacente in un negozio di abiti per bambini. Emma si considera una donna fortunata, appagata, di successo. Poi un giorno, come in una scena da film di Sautet, dentro la brasserie André lo vede. La sua vita cambia irreversibilmente. Lui, inconsapevole di essere osservato, posa la forchetta e si pulisce con eleganza la bocca con il tovagliolo bianco e beve un sorso d’acqua, scoppia a ridere, lasciando affiorare la sua gioia. Emma ha come una scossa elettrica, vacilla, è colpita al cuore e…

La prima cosa che stupisce leggendo Danzando sull’orlo dell’abisso è che l’autore sia un uomo. Grégoire Delacourt riesce a restituire con maestria la voce femminile di Emma, che in prima persona, in una sorta di confessione, racconta la storia di un colpo di fulmine, di amori che convivono, dello stravolgimento nell’equilibrio familiare portato dalla malattia. Un fluire di pensieri, di ricordi, con descrizioni poetiche e riflessioni, in cui si percepisce il palpitare dei sentimenti. Molte citazioni e frasi che a loro volta diventeranno passi d’autore da citare, ma anche un breve e interessante vademecum sui profumi e le consistenze di alcuni vini francesi che ti fa venir voglia di assaggiare. Tutta la narrazione è pervasa dalla sensazione di ineluttabilità. Il colpo di fulmine esiste e quando colpisce ogni cosa viene stravolta, non si può più seguire la logica. È un romanzo che affronta tantissime tematiche importanti, forse talmente tante da rendere il romanzo proprio “un romanzo”, troppe per essere metabolizzate bene a una prima lettura. Tuttavia ciò che salva sempre è il personaggio di Emma che provoca tanti interrogativi e trascina il lettore nel suo funambolico racconto. Attraverso Emma, Delacourt riesce a creare un rapporto empatico con il lettore nonostante il personaggio provochi sentimenti contrastanti per i suoi comportamenti avventati e per il suo desiderio di convincere il lettore, oltre ogni ragionevole dubbio, che non avrebbe potuto fare altrimenti, perché contro il destino non si può lottare. “Il presente è l’unica eternità possibile”, ammonisce Delacourt: e per questa eternità vale la pena rischiare tutto.



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