Dark Eden

Dark Eden
Silverlake. Un futuro indefinito. La popolazione umana ha portato alla rovina il proprio mondo, costringendolo a una condizione di stasi e di siccità perenne. Lo stesso lago presso il quale alcune famiglie si accampano oramai non ha più nulla del suo nome: è interamente prosciugato e spinge tutti gli indigeni del luogo a pregare notte e giorno nella speranza di abbondanti precipitazioni. Nei pressi di Silverlake abita Saba, una ragazza di diciotto anni cresciuta senza civiltà, senza cultura e con le angherie della natura a circondarla. Con lei c’è suo fratello gemello, Lugh, il suo migliore amico, il suo confidente, la colonna portante in una famiglia che è dilaniata dall’incedere del tempo; una sorella più piccola, Emmi, che nascendo ha privato ai suoi fratelli la compagnia di una madre; e suo padre, uomo superstizioso e legato alla preghiera per sopravvivere. Si prega per resistere e si lotta ogni giorno per poter arrivare a chiudere gli occhi la sera, per poterli riaprire la mattina successiva: a Silverlake non c’è obiettivo di crescita né di ambizione se non lo spirito di sopravvivenza. Un giorno, però, una tempesta di sabbia colpisce il piccolo villaggio dove Saba abita con la sua famiglia: l’attacco atmosferico è accompagnato dall’arrivo di quattro cavalieri che uccidono il padre di Saba e rapiscono Lugh, portandolo con sé. L’amore per il proprio gemello spinge la giovane ragazza a partire alla sua ricerca, iniziando un viaggio che non solo la porterà a percorrere lande sperdute, insieme alla sorella Emmi, ma anche a esplorare la propria anima, raggiungendo una nuova consapevolezza di vita e la maturità che solo la battaglia per l’amore famigliare potrà darle…
Presentato negli Usa come una dystopian fiction, ovvero l’esatto opposto della realtà utopica, il debutto da scrittrice di Moira Young è a effetto e attira non pochi consensi. Il messaggio lanciato dall’autrice è solenne e va a creare una sorta di romanzo ansiogeno. Il futuro è un mondo triste e rappresenta il concetto basilare sul quale la scrittrice va a riproporre la sua storia drammatica con due gemelli a fare da pilastri e da fulcro. Una sopravvivenza estrema che va a ricercarsi tanto nelle condizioni umane di Silverlake, quanto nella necessità di una sorella di non perdere il proprio compagno di vita, che stavolta è il proprio fratello. Un amore trasposto in un concetto familiare che esula dal sentimento carnale che sovente caratterizza il viaggio dell’eroe. La protagonista proposta dalla Young, Saba, è caricata da una forza d’animo non indifferente, emblema del riscatto della donna per determinazione e per fortezza di spirito. Coinvolgente e desideroso di colpire, Dark Eden incespica soltanto nella riproposizione di scenari che non sembrano appartenere al contesto al quale vuole rifarsi: le lotte nelle lande desolate richiamano più aspetti medievali o molto più antichi rispetto a una realtà post-apocalittica, così come la presenza di un Colosseo all’interno del quale avvengono combattimenti a mani nude risulta anacronistico. Realtà e futuro vengono sovvertiti e potrebbero ricevere giustificazione esclusivamente dinanzi a un chiaro messaggio: il futuro, arido e secco, si evolve a ritroso e ci riporta al passato.  Ma l’aspetto più performante dell’intera narrazione è rappresentato dal linguaggio usato dalla Young. Capita mediamente spesso di ritrovarsi a dover criticare l’operato di un traduttore o dell’intero processo di localizzazione per aver snaturato un racconto o quantomeno lo stile dello stesso: stavolta, invece, dobbiamo rendere onore a Loredana Serratore, traduttrice di Dark Eden, che si è ritrovata dinanzi all’ostico compito di riportare in italiano lo stile volutamente poco colto della Young. Con una prefazione all’opera, aggiunta per giustificare le accortezze usate in fase di traduzione, la Serratore rende tangibile l’incapacità dei protagonisti a conversare con una lingua corretta riversando tutti i congiuntivi e i condizionali al presente o all’imperfetto, addirittura tranciando il futuro. È palese che se non l’avessimo saputo a prescindere avremmo tacciato quasi immediatamente di incapacità tanto l’autrice che la traduttrice, ma rovesciando la situazione esaltiamo assolutamente anche lo sforzo dinanzi all’impossibilità di sfruttare l’italiano così come la Young ha sfruttato l’inglese, abusando delle trascrizioni fonetiche che storpiano, propriamente, moltissimi termini.  La scelta è da lodare e perfettamente funzionale alla necessità di raccontare un mondo ignorante e culturalmente diluito. Dark Eden, in chiusura, è un’avventura che colpisce e soddisfa, ma non decolla per decisioni stilistiche poco convincenti. Nel mentre, però, la trilogia cavalca e i rumours su una riduzione cinematografica firmata Ridley Scott non fanno altro che deporre a favore dell’operato della Young.

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