Dark Harlem

Dark Harlem

Harlem, anni ‘30. Tra tutte le case che ci sono lungo la Centotrentesima, ce n’è una che spicca sulle altre: è più alta, e di certo più desolata. Accanto alla porta d’ingresso si trova una finestra, a cui è attaccato un foglio. Due nomi sono scritti: Samuel Crouch, pompe funebri, e N.Frimbo, prestazioni psichiche. Un’ora dopo la mezzanotte, il dottor John Archer si reca nello studio di quest’ultimo: è stato chiamato in tutta fretta, è successo qualcosa di grave. Frimbo è morto. Non si sa come, non si sa quando, tantomeno si sa il perché. A dare l’allarme è stato Jinx Jenkins, che appunto si stava servendo del negromante per una consulenza. Il dottor Archer dispone che il corpo sia portato al piano terra, presso la ditta del signor Crouch, ma, mentre sta gettando un’occhiata veloce al corpo di Frimbo, vede che tra i capelli c’è un grumo di sangue. Il dottor Archer cerca allora di cavare quel che può da Jinx Jenkins (l’ultima persona con cui è stata Frimbo prima di morire) e dal suo amico Bubber Brown, ma niente da fare. Il medico allora decide di chiamare la polizia, che è incarnata nella figura di Perry Dart, detective di colore, arguto, intelligente, e, soprattutto, un abile risolutore di casi...

Dark Harlem, traduzione italiana di The conjure man dies, che è il sequel di The walls of Jericho, non ancora trasposto in italiano, è un noir di Rudolph Fisher, medico e letterato di colore – di particolare successo negli anni ‘30. Il colore della pelle dell’autore non sarebbe di per sé una caratteristica rilevante in pressoché tutti i casi, ma questo fa eccezione: innanzitutto va detto che Dark Harlem è il primo libro di genere poliziesco scritto da un afroamericano; in secondo luogo, questo romanzo è figlio di quello che è chiamato il Rinascimento di Harlem, ovvero il periodo che va tra gli anni ‘20 e i ‘30 del ‘900, periodo in cui molti artisti di qualsiasi campo – dal jazz alla poesia, dal teatro al romanzo, si possono citare a titolo di esempio Langston Hughes, Zora Neale Hurston, Duke Ellington, Louis Armstrong – si ritrovarono nel quartiere “nero” perché era vibrante di energia e voglia di rivalsa. Il giallo di Fisher non è esente da queste dinamiche, le descrizioni sono figlie di questa ventata di ottimismo e di creatività. Inoltre si riversano in questo scritto le competenze mediche dell’autore, specializzato in raggi ultravioletti e ricerca virologica. Tuttavia, nonostante tutte queste premesse, il libro non è all’altezza di quel che si direbbe un vero poliziesco, o comunque un giallo decente. La caratterizzazione dei personaggi è troppo forte, troppo caricaturale, la loro ironia è spesso e volentieri così ricercata che si perde il senso di autorevolezza, l’angoscia per la risoluzione del caso tipica dei gialli veri e propri. La trama è originale, ma lenta, con più riflessione che azione e da ultimo il detective sembra svestire i suoi panni per donarli al dottore suo aiutante, in una sorta di rapporto rovesciato Holmes-Watson. Romanzo di indiscusso successo al tempo della prima pubblicazione, Dark Harlem oggi faticherebbe a trovare spazio nella libreria di qualunque lettore: l’evoluzione del giallo ha portato questo genere, oggi, a canoni anni luce distante da quelli dell’epoca di Rudolph Fisher.



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