Dei miei vini estremi

Dei miei vini estremi

Un viaggio attraverso le regioni italiane fatto di incontri, assaggi di vino e chiacchierate con personaggi come l’enogastromo Paolo Massobrio, l’artista Manuel Pablo Pace passando per Francesco Bianconi dei Baustelle ed altri. Ma soprattutto scambi di pensieri con i vignaioli, “i santi produttori”, i custodi dei territori dell’Italia dei vitigni, il Paese anticamente e non a caso chiamato Enotria, che ne vanta il più vasto e variegato patrimonio. Ed è per questo che ci si tiene alla larga dagli onnipresenti Cabernet e Chardonnay, alla ricerca di vini estremi. Ma cos’è il vino “estremo”? Nulla da temere: è quello estremamente buono ed estremamente sano, lontano dal mainstream, da bere anche in quantità considerevoli alla bisogna. Sì, perché in una fase nella quale, grazie ai social media, anche persone mediocri possono acquisire inspiegabile notorietà, in egual modo, in un mondo di wine instagrammer, anche vini banali possono essere mitizzati arrivando a prezzi ingiustificati. Ingiustificati ma spiegabilissimi dalla pletora di bevitori non per piacere, ma per dovere di status, allineati al conformismo snobistico. Magari quella pletora che accorre ai raduni nazionali in ampie sale da fiera dotate di sputacchiere atte ad evitare di ingerire la bevanda e poter compilare, in piena lucidità, fredde schede tecniche infarcite di descrizioni olfattive, dimenticando il carattere e l’anima dei luoghi, delle vigne e del prodotto. Tra vecchie mode e nuove imitazioni sarebbe bene ricordare che il mondo del vino prevede il piacere prima del dovere e che si tratta di un mondo che andrebbe sconsigliato ai manichei che pure vi abbondano...

Sicuramente e genuinamente lontano dalla voglia di allinearsi o fare tendenza, Dei miei vini estremi non è, e non vuole essere all’apparenza, un trattato di enologia. L’eterodossia di Camillo Langone arriva piacevole e benedetta da una scrittura raffinatissima che passa per la descrizione di luoghi, stati d’animo e narrazione dei vini nella loro componente di “carattere” più che in quella meramente tecnica, risultando coinvolgente e letteraria evitando ogni forma di virtuosismo nasale. Certo, lo spirito provocatorio - ma anche ironico - dell’autore, ostenta talvolta considerazioni extra-enologiche che possono non trovarci d’accordo quando presentano sentori di antidarwinismo con note di oltranzismo opusdeista ma, d’altro canto, eravamo avvisati: l’aggettivo “estremo” era già chiaramente espresso nel titolo con onestà. Ci si troverà però d’accordo se si è dei “rossofreddisti” (personalmente lo sono, anche se moderatamente) e se si condivide l’avversione per il gusto standardizzato degli Chardonnay vanigliati e legnosi monopolizzati dal gusto degli americani e prodotti ovunque (ma non ovunque si trova un bacino sommerso ricco di gusci d’ostriche come accade nello Chablis, culla dello Chardonnay). In conclusione: lo stile di scrittura, le osservazioni, gli aneddoti e la narrazione personale costituiscono un’offerta di spunti alla ricerca di escursioni lontane dai luoghi comuni che vale veramente la pena di fare. Provocatorio, ben scritto ed indispensabile, foss’anche per spunti critici.

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