Delitto al Conservatorio

Delitto al Conservatorio

“È un’indagine perfetta per te”. Il Commissario Abdul Calì ancora si chiede se sia uno scherzo: è perfetta perché avendo sposato Viola, un’insegnante di pianoforte che ha lasciato il Conservatorio per le lezioni private, si suppone – sbagliando - che lui capisca qualcosa di musica classica? O è perfetta perché un’inopportuna ironia gli attribuisce a causa delle sue origini siculo-arabe una sorta di affinità etnica col mamba, il serpente detto bocca negra che è saltato fuori da una scatola di Hermes e ha ucciso il Maestro Richard Hadowitz? O, ancora, forse è perfetta perché lui è l’unico abbastanza incosciente da stufarsi dei traccheggiamenti dei sindacati di polizia ed infilarsi nella casa di via Goldoni incurante del fatto che il serpente ancora non sia stato acchiappato dalle trappole messe sul terreno da una squadra di serpentari? Questi interrogativi sfiorano solo vagamente la mente pragmatica dell’ispettore, convinto che, quali che fossero le intenzioni del suo capo, tanto vale darsi da fare. Prima porterà a termine l’indagine, prima sua moglie Viola - scappata a nascondersi presso la snobissima madre perché sconvolta dal fatto che l’incontro col mamba possa lasciarla vedova mentre è incinta di 6 mesi - tornerà a casa liberandolo dalle fastidiose visite serali e dagli incontri con la sardonica e cripto razzista suocera. Con l’aiuto del suo assistente Pippo Sciuto si addentra nei meandri del Concorso Piano World Cup –Prodigy Child, le cui finali sono in corso di svolgimento e la cui giuria era presieduta dal defunto Hadowitz. Bambini prodigio di tutto il mondo hanno trascorso un anno a Milano per prepararsi al Concorso con lezioni private e presso il Conservatorio. Ne sono rimasti in gara solo dieci, ma su tutti spicca la piccola, furbissima, dotatissima Zi Ming-li, che ha 8 anni ma spopola su YouTube da quando ne aveva quattro. Sono bambini russi, ucraini, cinesi, Nord e Sud Coreani, inglesi e americani, solo una di loro è italiana. Tutti hanno avuto a che fare con il terribile Hadowitz e la sua sadica crudeltà, che, però, nessuno denuncia apertamente come tale. Tutte le famiglie parlano di lui come dell’uomo che aveva un fiuto speciale nel riconoscere i bambini prodigio, che si dedicava in maniera assoluta alla promozione del loro talento, ma, in cambio, pretendeva dedizione assoluta. Sequestrare tutti i giochi, tenere i bambini lontani dalla mamma ogni volta che sbagliano un esercizio, via tv cartoni e videogiochi dalle loro vite. Solo così si possono ottenere le perfette, piccole macchine da musica che tanto allettano la filosofia del successo ad ogni costo delle famiglie cinesi ed è proprio per la capacità infinita di adattarsi al sacrificio di questo popolo, che Richard ha aperto una scuola anche in Cina. Un uomo sgradevole, per tutti coloro che lo conoscevano, tranne la sua collaboratrice più stretta, la bellissima maestra Stragiotti, che tutti al Conservatorio Verdi riconoscono essere più bella che talentuosa. Un mostro di insensibilità, un cinico che sa approfittare di genitori disposti ad uccidere l’infanzia dei propri figli per portarli al successo, un evasore fiscale che nascondeva gli ingenti compensi in contanti ricevuti per le sue lezioni in un conto segreto in Svizzera grazie alla complicità della prorompente domestica Marisol, un maestro devoto ai suoi allievi, un traffichino in diplomi falsi, un donnaiolo con un debole per la “bellezza commerciale”, un uomo dalle dubbie frequentazioni-tra le quali spicca un oligarca russo del gas- un borioso austroungarico che odia gli italiani…sono solo alcune delle tessere che si ammucchiano disordinatamente sulla scrivania del commissario, mentre cerca di ricostruire la personalità della vittima dell’insolito omicidio…

Il Commissario Abdul Calì è un personaggio costruito con estrema cura da Franco Pulcini, musicologo di fama mondiale che ha insegnato per quarant’anni Storia della Musica in Conservatorio e che si intuisce essere autore di solido mestiere e enciclopedica cultura. Delitto al Conservatorio è strutturato come una partitura musicale, con due Fuori Programma e trenta Variazioni e, come in una partitura musicale, ogni figura entra in scena con sincronia perfetta, ogni elemento dell’orchestra ha un ruolo ben definito ed esegue la propria parte entrando non un momento prima del necessario. Ogni singolo bambino, da quelli che sono solo voci del coro che diabolicamente mette in scena la propria vendetta al funerale del maestro a quelli come Mitja e Ming-Li che hanno ruoli più significativi, aggiunge alla narrazione corale piccole informazioni, indizi, curiosità, annotazioni che contribuiscono oltre che alla soluzione del mistero, a fare folklore, a dare colore a una narrazione che ha nell’ironia il suo sotto testo e che spesso invischia il lettore in una tale tela di circostanze, caratterizzazioni, antropologia ed etologia da fargli dimenticare che quello che sta leggendo è un giallo e che quello che si sta cercando è un “assassino per interposto killer squamato”. Si è talmente presi dal numero di dettagli, idiosincrasie, vezzi e vizi che l’autore ci fornisce su ogni singolo personaggio con l’andare delle pagine, che al momento in cui affronta il vero mandante, la scoperta è solo un dettaglio della scena ricchissima in cui avviene. Le conversazioni sono la costante del libro, ognuna di esse il pretesto per fornire caratterizzazioni e notizie sull’ambiente e i personaggi, ciascuna fonte di innumerevoli dettagli che di volta in volta divertono, distraggono, informano, ma non sono mai superflui, tutti concorrono a tracciare schizzi a volte veloci, altre volte meditati, di un ambiente che l’autore conosce molto bene, quello in cui si coltivano talenti, spesso a prezzi molto alti che sono i bambini a pagare: una bottiglia di Fernet, abiti da diva adulta, tacchi vertiginosi per arrivare ai pedali del pianoforte, bambini controllati via wi-fi come prigionieri tedeschi, bambine prodigio dalla volontà di acciaio che suonano in cambio di un manuale di criminologia, una fantastica perfetta spalla come lo sfaticato Sciuto… Sono solo alcune delle moltissime pennellate che, se guardate dall’alto con la giusta dose di ironia che Abdul sa aggiungere grazie alle due culture di cui l’autore gli fa dono, compongono l’affresco di un’umanità in costante lotta, in cui i bambini costituiscono il giusto controcanto, pronti come sono a vendere cara la pelle, a non cedere di un millimetro sulla propria infanzia, anche quando siedono disperati sui gradini della palazzina dopo che l’orrendo Richard li ha chiusi fuori casa per un movimento sbagliato, disperati per la sorte del peluche blu più che per la vergogna sociale alla quale i genitori sembrano volerli sensibilizzare. Un testo delicato, sensibile e feroce allo stesso tempo, perfetto anche per chi come me non ama il giallo ma ha un debole per la bella scrittura, per i personaggi ben delineati, per le sinfonie ben costruite.



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